Ma gli elettori sono il bancomat dei partiti?

referendum voto euroDa tempo mi chiedevo perchè due comitati – per il no e per il sì – si fossero mobilitati nella raccolta firme per i referendum costituzionali, quando erano già sufficienti quelle dei  parlamentari. Ho trovato una possibile risposta su il Fatto quotidiano di qualche tempo fa*, che collega l’iniziativa al lauto rimborso elettorale previsto per i quesiti referendari che passano il vaglio della Consulta e raggiungono il numero di firme prescritte.
Come spiega Open Polis**,  per ogni firma i promotori ricevono 1 €, fino a un massimo di  euro 2.582.285 annui, a condizione che la consultazione referendaria abbia raggiunto il quorum di validita’ di partecipazione al voto.
Ma, come osserva sempre Open Polis, se  il rimborso può avere un senso  per quei comitati di cittadini che non hanno alle spalle finanziamenti e  strutture organizzate, è davvero paradossale  che venga riconosciuto   anche a partiti politici, soprattutto a quelli che possono ottenere lo stesso risultato con le semplici firme dei parlamentari o attraverso  l’iniziativa di alcune Regioni. In questo caso  Il comitato del No, che non ha raggiunto il numero di firme necessario, a quanto riferito da Il Fatto,  “aveva  già fatto una delibera dichiarando che i soldi non spesi per la campagna elettorale verranno restituiti”,  mentre “La stessa chiarezza non c’è stata nel fronte del Sì, che peraltro a differenza dei sostenitori del No, può contare sulle strutture (e i soldi) del Pd”.
E mi auguro che anche il comitato per il sì restituisca i soldi, altrimenti   più che uno strumento per garantire  la democrazia,  la raccolta firme referendaria potrebbe sembrare  un modo per drenare soldi pubblici (che, bisogna ricordarlo,  potrebbero essere assai meglio  impiegati per servizi ai cittadini, messa in sicurezza del territorio, reastauro del patrimonio archeologico e chi più ne ha più ne metta)

(AMBM)


*http://www.ilfattoquotidiano.it/premium/articoli/il-pd-fa-il-comitatino-per-avere-i-rimborsi/

Referendum Riforme Il Pd fa il “comitatino” per avere i rimborsi

Dieci giorni fa la richiesta in Cassazione: firma il “cittadino” Chiocchetti. Così anche i dem avranno accesso ai 500 mila euro

Il 13 maggio un gruppo di 12 “cittadini” non meglio identificati (ma muniti di documenti) sono stati ricevuti presso la Cassazione per richiedere il referendum costituzionale, promuovendo “la raccolta di almeno 500.000 firme”. Il gruppetto ha eletto domicilio presso Maurizio Chiocchetti, in via Flaminia 838 a Roma. Eccola, l’unica traccia formale del Comitato per il Sì. Annunciato da Renzi settimane fa, ancora non esiste. C’è solo la richiesta di Chiocchetti e il sito, “Basta un sì”. Sabato è partita la raccolta in tutta Italia e serviva uno strumento legale. Perché secondo la legge 157 del ‘99 il comitato promotore di un referendum ha diritto “a un rimborso pari alla somma risultante dalla moltiplicazione di un euro per ogni firma valida”, se raccoglie le 500 mila firme. Dunque, 500 mila euro (per un referendum abrogativo il rimborso scatta solo se si raggiunge il quorum, per quello costituzionale è automatico). Da sottolineare che il referendum si sarebbe fatto comunque, perché ne avevano già fatto richiesta i parlamentari per il Sì e quelli per il No.

E dunque, la ricerca di un presidente si è rivelata più difficile del previsto, ma senza comitato, ai rimborsi non si poteva accedere. La responsabilità tecnica è stata data a Chiocchetti, che ha fatto praticamente tutte le battaglie referendarie per l’Ulivo, il Pds e i Ds. Poco più di un prestanome stavolta. Ma quello che sarà legalmente deputato a prendere i 500 mila euro di rimborsi. Altro che grande mobilitazione a soli scopi elettorali. Gli stessi rimborsi spettano al comitato del No. Che la richiesta di referendum l’ha presentata un mese prima, con le firme dei suoi costituzionalisti di punta, come Alessandro Pace e Massimo Villone. E ha già fatto una delibera dichiarando che i soldi non spesi per la campagna elettorale verranno restituiti. La stessa chiarezza non c’è stata nel fronte del Sì, che peraltro a differenza dei sostenitori del No, può contare sulle strutture (e i soldi) del Pd. Da sabato gli italiani firmano per una richiesta che si appoggia sulle strutture dem, ma che è emanazione del Comitato “Basta un sì” (logo apposto sulla liberatoria della privacy per avere la mail dei firmatari). Ma non sanno chi c’è.


**http://blog.openpolis.it/2016/03/23/intema-referendum-e-il-ruolo-della-corte-costituzionale/6721
 business dei referendum, i rimborsi ai comitati promotori

23 marzo 2016 InTema
Quando un referendum abrogativo raggiunge il quorum, scattano i rimborsi per i comitati promotori: 1 euro per ogni firma raccolta. Ma prima del voto c’è il ruolo chiave svolto dalla corte costituzionale, che sancisce l’ammissibilità o meno dei quesiti. Più di 60 quelli fermati dalla consulta.

Le richieste di referendum sono soggette a un duplice controllo. Il primo da parte dall’ufficio centrale per il referendum, puramente tecnico, e il secondo da parte della corte costituzionale. Con la legge costituzionale del marzo 1953, infatti, sono state allargate le competenze della consulta, già regolate dall’articolo 134 della nostra costituzione.

Ad oggi sono più di 60 i quesiti “bloccati” dalla corte. Ultima vittima illustre in ordine di tempo è il referendum sulla legge Fornero proposto dalla Lega nord, che nel gennaio del 2015 è stato dichiarato inammissibile. Al contrario, proprio grazie al parere favorevole dei giudici costituzionali, il prossimo aprile si terrà il referendum “in materia di ricerca, prospezione e trivellazioni marine“.

Come visto in precedenza, fra gli attori che possono sottoporre un quesito alla consulta, ci sono gli elettori italiani, attraverso la raccolta di 500 mila firme. Il lavoro dei cosiddetti “comitati promotori” in questo processo è fondamentale. Per questo motivo il nostro ordinamento riconosce un “indennizzo” economico. Le legge 157 del giugno 1999, poi modificata e aggiornata nell’agosto del 2006, sancisce che:

e’ attribuito ai comitati promotori un rimborso pari alla somma risultante dalla moltiplicazione di un euro per ogni firma valida fino alla concorrenza della cifra minima necessaria per la validita’ della richiesta e fino ad un limite massimo pari complessivamente a euro 2.582.285 annui, a condizione che la consultazione referendaria abbia raggiunto il quorum di validita’ di partecipazione al voto. Analogo rimborso e’ previsto, sempre nel limite di euro 2.582.285 annui di cui al presente comma, per le richieste di referendum effettuate ai sensi dell’articolo 138 della Costituzione.
In pratica ai comitati promotori, nel caso di quesito dichiarato ammissibile e di quorum raggiunto, viene riconosciuto un rimborso pari a un euro per ogni firma valida raccolta. Una forma di finanziamento pubblico che da un lato risarcisce i comitati civici che si attivano per proporre un referendum, dall’altro rimborsa anche quei partiti politici che hanno fatto di questo strumento un loro cavallo di battaglia.

Per esempio, grazie ai due referendum proposti nel 2011, l’Italia dei valori ha incassato oltre 1 milione di euro. Discorso analogo per il Comitato promotore per il sì ai referendum per l’acqua pubblica, che nel bilancio 2012 certificava 624.093 euro di rimborsi elettorali rimanenti grazie alla legge 157 del 1999.

Esborsi anche confermati dalle pubblicazioni in gazzetta ufficiale, sia per i due referendum proposti dall’Italia dei valori, sia per quelli del comitato per l’acqua pubblica. In totale parliamo di 500.000 euro a quesito, per un totale di 2 milioni di euro.

A questo punto la domanda è una: è giusto che a società civile e partiti politici venga riconosciuto lo stesso tipo di indennizzo per l’attività di promozione di un referendum?

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