Un’alleanza popolare per la democrazia e l’uguaglianza – L’appello di Anna Falcone e Tomaso Montanari

> Vai al sito con i video degli interventi dell’assemblea del 18 giugno e i contributi al dibattito. In calce una riflessione  di Edoardo Salzano da Eddyburg

L’APPELLO di Anna Falcone e Tomaso Montanari

Siamo di fronte ad una decisione urgente. Che non è decidere quale combinazione di sigle potrà sostenere il prossimo governo fotocopia, ma come far sì che nel prossimo Parlamento sia rappresentata la parte più fragile di questo Paese e quanti, giovani e meno giovani, in seguito alla crisi, sono scivolati nella fascia del bisogno, della precarietà, della mancanza di futuro e di prospettive.

La parte di tutti coloro che da anni non votano perché non credono che la politica possa avere risposte per la loro vita quotidiana: coloro che non sono garantiti perché senza lavoro, o con lavoro precario; coloro che non arrivano alla fine del mese, per stipendi insufficienti o pensioni da fame


La grande questione del nostro tempo è questa: la diseguaglianza. L’infelicità collettiva generata dal fatto che pochi lucrano su risorse e beni comuni in modo da rendere infelici tutti gli altri.
La scandalosa realtà di questo mondo è un’economia che uccide: queste parole radicali – queste parole di verità – non sono parole pronunciate da un leader politico della sinistra, ma da Papa Francesco. La domanda è: «E’ pensabile trasporre questa verità in un programma politico coraggioso e innovativo»? Noi pensiamo che non ci sia altra scelta. E pensiamo che il primo passo di una vera lotta alla diseguaglianza sia portare al voto tutti coloro che vogliono rovesciare questa condizione e riconquistare diritti e dignità.

Per far questo è necessario aprire uno spazio politico nuovo, in cui il voto delle persone torni a contare.
Soprattutto ora che sta per essere approvata l’ennesima legge elettorale che riporterà in Parlamento una pletora di “nominati”. Soprattutto in un quadro politico in cui i tre poli attuali: la Destra e il Partito Democratico – purtroppo indistinguibili nelle politiche e nell’ispirazione neoliberista – e il Movimento 5 Stelle o demoliscono o almeno non mostrano alcun interesse per l’uguaglianza e la giustizia sociale.

Ci vuole, dunque, una Sinistra unita, in un progetto condiviso e in una sola lista. Una grande lista di cittadinanza e di sinistra, aperta a tutti: partiti, movimenti, associazioni, comitati, società civile. Un progetto capace di dare una risposta al popolo che il 4 dicembre scorso è andato in massa a votare “No” al referendum costituzionale, perché in quella Costituzione si riconosce e da lì vorrebbe ripartire per attuarla e non limitarsi più a difenderla.
Per troppi anni ci siamo sentiti dire che la partita si vinceva al centro, che era indispensabile una vocazione maggioritaria e che il punto era andare al governo. Da anni contempliamo i risultati: una classe politica che si diceva di sinistra è andata al governo per realizzare politiche di destra. Ne portiamo sulla pelle le conseguenze, e non vogliamo che torni al potere per completare il lavoro.
Serve dunque una rottura e, con essa, un nuovo inizio: un progetto politico che aspiri a dare rappresentanza agli italiani e soluzioni innovative alla crisi in atto, un percorso unitario aperto a tutti e non controllato da nessuno, che non tradisca lo spirito del 4 dicembre, ma ne sia, anzi, la continuazione.
Un progetto che parta dai programmi, non dalle leadership e metta al centro il diritto al lavoro, il diritto a una remunerazione equa o a un reddito di dignità, il diritto alla salute, alla casa, all’istruzione.
Un progetto che costruisca il futuro sull’economia della conoscenza e su un modello di economia sostenibile, non sul profitto, non sull’egemonia dei mercati sui diritti e sulla vita delle persone.
Un progetto che dia priorità all’ambiente, al patrimonio culturale, a scuola, università e ricerca: non alla finanza; che affronti i problemi di bilancio contrastando evasione ed elusione fiscale, e promuovendo equità e progressività fiscale: non austerità e politiche recessive.

Un simile progetto, e una lista unitaria, non si costruiscono dall’alto, ma dal basso. Con un processo di partecipazione aperto, che parta dalle liste civiche già presenti su tutto il territorio nazionale, e che si apra ai cittadini, per decidere insieme, con metodo democratico, programmi e candidati.
Crediamo, del resto, che il cuore di questo programma sia già scritto nei principi fondamentali della Costituzione, e specialmente nel più importante: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale, e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese» (art. 3).
È su questa piattaforma politica, civica e di sinistra, che vogliamo costruire una nuova rappresentanza. È con questo programma che vogliamo chiamare le italiane e gli italiani a votare.
Vogliamo che sia chiaro fin da ora: noi non ci stiamo candidando a guidarla. Anzi, non ci stiamo candidando a nulla: anche perché le candidature devono essere scelte dagli elettori. Ma in un momento in cui gli schemi della politica italiana sembrano sul punto di ripetersi immutabili, e immutabilmente incapaci di generare giustizia ed eguaglianza, sentiamo – a titolo personale, e senza coinvolgere nessuna delle associazioni o dei comitati di cui facciamo parte – la responsabilità di fare questa proposta. L’unica adeguata a questo momento cruciale.

Perché una sinistra di popolo non può che rinascere dal popolo.
Invitiamo a riunirsi a Roma il prossimo 18 giugno tutti coloro che si riconoscono in questi valori, e vogliono avviare insieme questo processo.

Anna Flacone e Tomaso Montanari

A proposito dell’iniziativa di Anna e Tomaso

di Edoardo Salzano

Testo della lettera inviata ad Anna Falcone e Tomaso Montanari a proposito della loro iniziativa politica: le ragioni del consenso e la perplessità.

L’iniziativa politica di Anna Falcone e Tomaso Montanari è, in Italia, l’evento più promettente degli ultimi anni, dopo la caduta del progetto di Maurizio Landini. Per la prima volta si parla di Politica in senso proprio: come un’impresa da condurre insieme per migliorare le condizioni di vita, tendenzialmente, di tutti. La stessa dimensione dell’evento del 18 maggio a Roma ne è la testimonianza.

Come spesso accade quando i media danno la loro impronta a ciò che raccontano degli eventi, attorno all’incontro del 18 giugno, e alla proposta politica che è alla sua base, si è alzata una discreta quantità di polvere, a partire dal peso assegnato dai media al ruolo svolto da quelli che definiremmo “entristi”: quei personaggi della vecchia storia delle sinistre italiane che si sono intrufolati cercando una nuova verginità. Qui voglio sottolineare le ragioni per cui, fin dal primo momento, la proposta mi ha convinto e ho cercato, con eddyburg,  di seguirla con attenzione.

Le ragioni del consenso

In primo luogo, la netta rottura con il passato della “politica politicante”, con i suoi riti, le sue struttura organizzative, i suoi piccolo Pantheon. Craxi, Berlusconi e Renzi, certamente, ma non solo questi. In una parola, la rottura con i gusci grandi e piccoli delle sinistre (e ovviamente le destre) del secolo scorso. Voglio precisare: con i gusci, non con le persone che sono capaci di liberarsene.

In secondo luogo, l’affermazione dell’eguaglianza come essenziale valore e principio da conquistare: un’eguaglianza non solo dei diritti statuiti, ma di quelli sostanziali di ogni essere umano, quale che sia il suo censo, il suo ruolo sociale, il sangue o il suolo dal quale proviene, la lingua che parla, la religione che professa.

Ancora il forte riferimento alla difesa e all’attuazione ai valori e principi della costituzione repubblicana del 1948, summula del positivo che lo scorso millennio ci ha lasciato.

Infine, per scendere dall’ideologia alla politica nelle istituzioni, condivido la scelta di Anna e Tomaso di parlare a tutti ma di rivolgersi in primo luogo a quel “popolo di sinistra” che è sceso in campo e ha vinto nelle grandi battaglie per la difesa della Costituzione, e prima e insieme per la difesa dei beni comuni (dall’acqua alla cultura, dalla salute al paesaggio, dalla democrazia al lavoro). Tornerò criticamente sul termine “sinistra”, ma mi pare che intanto esprima abbastanza bene quella parte dell’elettorato che ha combattuto per quegli obiettivi.

Una larga porzione di questo popolo si è staccato dalla politica, non ha più votato. Le ragioni sono evidenti, e sono implicite nella proposta di Anna e Tomaso: sono nella degradazione della politica che è avvenuta per effetto, e nel quadro, dell’egemonia conquistata dal capitalismo nella sua fase più recente. La politica del renzismo ne è l’epitome.

La perplessità

Esposte le ragioni per cui ho fin dall’inizio condiviso la proposta di Anna e Tomaso vorrei esprimere la mia perplessità su un punto: non sul piano della strategia ma su quello della tattica. Mi riferisco alla questione del difficile equilibrio tra due esigenze: quella della definizione di una identità “di parte”, radicalmente diversa dalle altre identità che si sono affermate nella storia del nostro paese, e quella dell’efficacia politica nell’immediato

Più d’un commentatore si è riferito a questo punto. Ma la maggioranza (cito ad esempio Norma Rangeri e Luciana Castellina, che sul complesso dell’iniziativa pur si sono espresse in modo molto diverso) criticando l’insufficiente attenzione a quella vasta porzione della vecchia “sinistra” che è (ancora) fuori e magari lontana dalla “parte” di Anna e Tomaso. La mia personale opinione è che, nell’immediato, far prevalere la ricerca dell’efficacia immediata (e quindi proporre una “lista unica della sinistra”) costringa ad annebbiare il messaggio di rottura col passato che è la forza della proposta. Prima affermare, rendere evidente e compiuta, la propria identità/diversità, poi stabilire le alleanze necessarie per raggiungere gradualmente gli obiettivi nella pratica politica: questo mi sembrerebbe il percorso preferibile.

La parola “sinistra”

Ciò detto, credo che un approfondimento serio vada fatto sul significato del termine “sinistra” oggi. Tutto è mutato radicalmente attorno a noi, a partire dagli ultimi decenni del secolo scorso, ma le linee guida del cambiamento erano state tracciate all’indomani stesso della vittoria del fronte antifascista. Colpa grave della sinistra novecentesca non essersene accorta per tempo (salvo pochi e isolati gruppi e persone). Ciò ammesso, che cosa fare oggi? Che cosa recuperare del grande patrimonio e dall’insegnamento della “vecchia” sinistra”, e come inverarli nelle nuove sfide?

Io credo che una delle domande da porsi, per cominciare, sia “chi erano gli sfruttati e chi gli sfruttatori ieri, e chi sono gli sfruttati e gli sfruttatori oggi”. Ovviamente, non assumendo come campo di ricerca soltanto l’Italia né l’Europa, né il mondo Nordatlantico oggi, ma l’intero pianeta Terra.

A quel punto ci accorgeremo che una parte estremamente consistente degli sfruttati di oggi sono stati prodotti da un’ideologia e una prassi fortemente condivisa dalla “vecchia sinistra”: la “credenza” dello sviluppo, che è ancora parte dell’ideologia dominante.  Ci accorgeremo che la grande massa degli sfruttati di oggi è costituita proprio dagli sfruttati dallo sviluppo“, come ha scritto Ilaria Boniburini sulla base di una letteratura vasta e poco nota. E ci accorgeremo  infine che sfruttati e sfruttatori sono molto vicini, molto spesso nella stessa persona.  Allora dalla politica saremo costretti a rivolgerci verso altri saperi.

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