I migranti, Renzi e la lezione di George Lakoff

 

UBI MAIOR…In calce il bellissimo articolo di Tomaso Montanari sullo stesso tema (da Il Manifesto 9 luglio)

Una delle più illuminanti letture che mi hanno accompagnato in questi anni di tentativi di comunicazione efficace (necessità di ingegnarsi vista la penuria di attenzioni dei canali ufficiali rispetto ai temi e alle battaglie di Carteinregola) è un libretto che si intitola “Non pensare all’elefante” del sociologo statunitense George Lakoff. L’ho consigliato a tanti amici che fanno politica. Perché spiega con semplicità l’importanza del linguaggio. Dei concetti associati alle parole. Lui li chiama “frames“. Sono quelli che rendono le parole  veicoli di “archetipi”,  che possono essere anche molto distanti dalle intenzioni dei loro utilizzatori. Specialmente quando dovrebbero rispecchiare valori e visioni  di destra e di sinistra.  Per  esempio,  parlare di “sgravio fiscale” vuol dire evocare l’idea delle tasse come qualcosa che schiaccia i cittadini sotto il suo peso, infatti è  il classico cavallo di battaglia delle destre. Ed è un’espressione che non dovrebbe essere usata dalla  sinistra,  che invece si batte per un regime fiscale proporzionale ai redditi,  per  incrementare il welfare e ridurre le disuguaglianze.

E proprio in un frame sbagliato è scivolato Renzi usando la parola “aiutiamoli a casa loro“.

Non solo perché è uno slogan della destra,  ma perché ha molti  sottotesti di destra,  a partire  dall’espressione  “casa loro”. Non “nel loro paese”, proprio “a casa loro”,  che  nel parlare comune si utilizza  quando non si vuol aver nulla a che fare con qualcuno.  E con un’implicita contrapposizione con  “casa nostra”, che  evoca immediatamente uno spazio privato, una “proprietà privata” da difendere dagli intrusi. Non per niente lo slogan del Piano casa di Berlusconi era “padroni in  casa propria”.

Ma è un frame di destra anche l’appello a non sentirsi in colpa. Un altro asse portante  della filosofia  conservatrice, quella che, detto grossolanamente, ritiene inevitabili “per natura” le disuguaglianze. La visione di un mondo in cui  ognuno ha quello che si merita, per sfortuna, per incapacità o debolezza, che bolla come “buonismo” o “pietismo” le obiezioni di chi si sente responsabile – immedesimandosi e solidarizzando – verso  i più  deboli ( che più che sfortunati  in genere sono vittime di ingiustizie e disuguaglianze).

E senza ritornare ancora una volta sulla  mole di ipocrisia che si nasconde sull’ “aiutiamoli a casa loro” – dato che già aiuterebbe abbastanza se l’Occidente di cui facciamo parte  non vendesse armi o  non depredasse le risorse naturali in cambio di quasi nulla o non distruggesse gli equilibri ambientali con il nostro sconsiderato stile di vita –  ha ragione Salvini a rivendicare il copyright, perché quella frase dimostra ancora una volta platealmente quello che si sospetta (o si sa) da tempo.

Non è più un sistema di valori o la  visione del mondo che differenzia la sinistra (cosiddetta, visto che parliamo di PD e dintorni)  dalla destra.  Ormai tutto si affida all’ondivago  termometro  dei sondaggi e alle miserabili trovate degli addetti alla comunicazione per  soddisfare le paure dell’elettorato. Così sempre più spesso si ritrovano tutti – destra, sinistra,  Movimento Cinque Stelle – allineati  nello spazio fasullo ma rassicurante della destra. E purtroppo, come dice ancora Salvini,  meglio l’originale.

Ma  questo non vale solo per l’infelice affermazione oggi alla ribalta delle polemiche (prossibile che, nel contesto da cui è stata estrapolata,  la frase fosse meno hard), ma vale per molti slogan, discorsi, scelte dell’ex Presidente del Consiglio*: che un’analisi puntuale alla luce dei frames del buon Lakoff rivelerebbe scivolati  a destra da un bel pezzo. E assai più in linea  con la  giungla  dove impera l’egoismo  del più forte che con un mondo dove si è capaci di immedesimazione.

L’unico che utilizza ancora  i frames della sinistra è Papa Francesco. E un po’  prima di lui, il Gesù Cristo raccontato dal Vangelo.

Anna Maria Bianchi Missaglia

  • Fanno naturalmente eccezione alcune battaglie per diritti come le unioni civili e lo ius soli. Ma basta pensare alla  tentata riforma istituzionale e alle decine di leggi che smontano  le tutele delle persone e del patrimonio collettivo per capire che sono più eccezioni che regole.

 

 

 

Una visione del mondo chiusa nel recinto di «casa»

di Tomaso Montanari

Il Manifesto 9 luglio

Nella sua cruda parafrasi della slide di Renzi sui migranti da «aiutare a casa loro», Roberto Saviano ha detto una terribile verità: il Pd non solo guarda a destra, e fa politiche di destra. Ma parla con un linguaggio di destra: peggio, è parlato da una cultura di destra.

E d’altra parte: considerare i lavoratori alla stregua di merce (Jobs act), la scuola come un’azienda (Buona Scuola), la cementificazione come l’unico sviluppo possibile (lo Sblocca Italia), il patrimonio culturale come un supermercato (riforme Franceschini), scrivere una riforma costituzionale che intendeva diminuire gli spazi di democrazia e partecipazione, approvare una legge sulla tortura concepita per non punire la tortura di Stato. Cos’è, tutto questo, se non l’attuazione concreta di una cultura di destra?

Ma qua c’è di più.

«Aiutarli a casa loro» non solo è orrendamente ipocrita sul piano dei fatti – perché facciamo tutto il contrario: dal mercato italiano delle armi di cui parla Saviano (aiutamoli a spararsi a casa loro) fino alla dolosa incapacità di invertire la marcia di una politica energetica che produce riscaldamento globale, e dunque la desertificazione che contribuisce ad innescare la migrazione di massa.

Ma quello slogan è soprattutto devastante sul piano simbolico e culturale. Perché contraddice radicalmente il principio stesso dello ius soli (una legge di sinistra che non a caso arranca alla fine della legislatura, mentre tutte le riforme di destra che ho elencato sono andate speditissime alla meta) contrapponendo «casa» a «casa».

«Questa è casa nostra», intende dire Matteo Renzi: e «padroni in casa nostra» è uno degli slogan più diffusi non solo nel vocabolario della Lega di Salvini (come si è ampiamente notato in queste ore), ma anche in quello delle peggiori destre xenofobe dell’est europeo. E se dobbiamo aiutarli a «casa loro» è perché ci rimangano; e perché questa «casa» rimanga nostra: senza confusioni, incontri, meticciato. Ognuno a casa propria.

Qua non si tratta di politiche: si tratta di visione del mondo, di concezione del futuro. O meglio di una non-visione del mondo, di una non-concezione del futuro: della scelta disperata di chiudere rabbiosamente gli occhi di fronte a una realtà ineludibile che non si riesce ad accettare. Perché non ci sono, né ci potranno mai più essere, «case» recintate, nostre, esclusive.

E invece quel «noi» opposto a quel «loro» è la chiave del discorso con cui Renzi parla alla pancia del Paese usando la lingua e la cultura di Salvini.

Ora, come si fa a trovare un terreno comune con questo modo di pensare, con questa mentalità, vorrei dire con questa antropologia? In queste condizioni come si fa a continuare a parlare di «centrosinistra»?

Se le parole hanno un senso, oggi in Italia l’unico «centro» con cui comporre un «centrosinistra» è questo Pd che ha rieletto trionfalmente Renzi, il quale è portatore della cultura che abbiamo appena descritto. Una cultura di destra.

Il fatto che il Pd faccia politiche di destra e sia intriso di una cultura di destra non basta per dire, come invece ho detto aprendo l’assemblea del Brancaccio, che il Pd sia da considerare un partito di destra? Può darsi: ma certo non è nemmeno più un «centro» con cui poter costruire un centrosinistra che non sia solo una macchina per il potere, una scala per raggiungere il governo inteso come fine ultimo. Se ce ne fosse stato ancora bisogno, la slide sull’«aiutiamoli a casa loro» dimostra che in questo tempo la casa politica del Pd non può essere la stessa di una sinistra, comunque la si voglia intendere.

C’è una via alternativa: più lunga, più erta e certo non capace di portare subito al governo. È quella che si potrebbe imboccare se ciò che esiste a sinistra del Pd sarà capace di unirsi, e di parlare un linguaggio tanto diverso e credibile da coinvolgere molti di coloro che non votano più. E che non votano perché pensano che una sinistra che pur di tornare al governo è disposta ad allearsi con chi pensa e parla come Salvini non potrà mai costruire eguaglianza e inclusione.

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