Gilioli: Meditiamo che questo è

 Meditiamo che questo è (dal Blog di Alessandro Gilioli Piovono Rane – L’Espresso 7 settembre 2017)

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Possiamo tranquillamente infischiarcene di quello che ci dice Medici Senza Frontiere sulle condizioni dei campi di prigionia in cui sono detenuti i migranti che cercavano di raggiungere l’Europa: «Ammassati in stanze buie e sudicie, prive di ventilazione, costretti a vivere una sopra l’altro. Gli uomini costretti a correre nudi nel cortile finché collassano esausti. Le donne violentate e poi obbligate a chiamare le proprie famiglie e chiedere soldi per essere liberate. Tutte le persone che abbiamo incontrato avevano le lacrime agli occhi».

 

Possiamo fottercene perché avere ridotto quegli esseri umani in queste condizioni è stato – direbbe Minniti – «nell’interesse nazionale» italiano: e tutti i nostri commentatori, da Paolo Mieli in giù, hanno celebrato questa situazione come un successo, dato che così sono diminuiti gli sbarchi.

Una brava collaboratrice dell’Espresso, Francesca Mannocchi, è entrata in uno di questi campi qualche giorno fa e l’ha raccontato sull’ultimo numero del giornale per cui lavoro: «Tra le 100 e le 200 persone per stanza, nessuna possibilità di essere visti da un medico, “i libici ci trattano come animali, nessuno ci dice che cosa sarà di noi, fino a quando staremo chiusi qui e perché”». In un altro centro, riservato alle donne, una era appena morta di parto; i bambini erano denutriti, i neonati tenuti nella plastica. Ovviamente, anche qui, non si è mai visto nessun dottore.

Questo nei centri di detenzione “ufficiali”, quindi in qualche modo accessibili: ce ne sono altri gestiti direttamente dalle milizie armate dove non si può avvicinare neppure la polizia, figuriamoci i giornalisti. Su quello che può accadere lì, solo buio e silenzio.

In sostanza, prima i clan libici prendevano soldi dai migranti per trasportarli oltre il Mediterraneo; ora prendono soldi dai governi europei, Italia in testa, per tenerli chiusi nei lager.

Di solito le persone finite lì dentro erano partite dai vari Paesi dell’Africa occidentale e prima di entrare in Libia hanno attraversato il Niger.

Anche qui la Ue è intervenuta per sovvenzionare il governo e le tribù affinché bloccassero i migranti. Le varie autorità così remunerate hanno preso sul serio l’impegno e le carceri del Niger sono piene. Altrove, i militari hanno circondato i pozzi d’acqua sulle piste nel deserto, per evitare che i migranti li usassero per bere dopo aver percorso centinaia di chilometri nel deserto con temperature tra i 40 e i 50 gradi. I “passeurs” allora hanno spostato il traffico su altre piste secondarie, più pericolose perché prive di punti d’acqua. Anche qui riporto la cronaca sull’Espresso di Giacomo Zandonini, collega che il Niger lo conosce bene: «Ho scavato con le mie mani una fossa per venti persone morte di sete», gli ha raccontato un migrante.

Qualche anno fa noi occidentali giustificavamo l’intervento armato in altri Paesi – Afghanistan, Iraq, Libia – come “operazione umanitaria”: la nostra coscienza non poteva accettare che feroci dittatori insanguinassero il loro paese. Adesso invece, curiosamente, prevale “l’interesse nazionale”, quindi delle peggiori violazioni dei diritti umani in altri Paesi non ci interessiamo più. Benché questa volta ci sia l’aggravante che siamo stati noi stessi – con la svolta politica Ue per impedire gli sbarchi – a essere causa o almeno concausa di questa carneficina. Si vede che abbiamo la coscienza a giorni alterni.

«Meditate che questo è stato», ci diceva Primo Levi sull’Olocausto.

Noi invece siamo costretti a meditare che questo è, ora, adesso.

Meditiamo che questo è. O ci si sfaccia la casa, la malattia ci impedisca, i nostri nati torcano il viso da noi.

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