Bonadonna: la fine dello stato delle Coop, la grande migrazione e la paura.

Fb Salvini agosto 2017

di Federico Bonadonna

(post su fb 27 giugno 2018)

15 anni fa un amico si è trasferito prima in Umbria e poi in Toscana. Un amico che ha votato Pci poi Pds quindi Sel e oggi Lega. A fargli cambiare idea, lentamente ma inesorabilmente, sono stati tre elementi: la gestione della cosa pubblica in queste regioni rosse che lui ha ribattezzato “lo stato delle Coop”; la difesa a oltranza dell’euro e la (mala) gestione dell’accoglienza degli stranieri. Su quest’ultimo punto, l’amico ha rischiato di impazzire. “Tu fai presente che in alcuni quartieri la criminalità dilaga per colpa degli stranieri e quelli ti rispondono che i reati sono in calo. E se dici che ci sono solo meno denunce perché la gente non ha più fiducia nelle istituzioni, ti dicono che sei un razzista”.
Sulla sfiducia nelle istituzioni bisognerebbe aprire un ragionamento: magari si troverebbe qualche risposta al proliferare dei no-vax e delle posizioni antiscientifiche dilaganti.
Il mio amico non è il solo che, con un passato di elettore o militante del PCI, in questi ultimi 15 anni è passato alla Lega.


Ho amici a Mestre, Imola, Ivrea, Bologna, Torino, Reggio Emilia che hanno votato per la Lega o per sindaci che garantivano la sicurezza. “Parli bene, ma provaci a stare tu vicino ad un giardinetto colonizzato da africani, dove si lavano nudi alle fontane davanti ai nostri figli, fanno risse, si accoltellano, spacciano impunemente. E la polizia non fa niente perché al governo c’è gente che se tocchi uno straniero ti dice che sei razzista!”
Li ho incontrati periodicamente negli ultimi 15 anni questi amici di una vita. Elettori che la sinistra ha perso forse per sempre.
“Ma ti ricordi che noi da piccoli non potevamo nemmeno calpestare le aiuole? Ecco su quelle stesse aiuole si accampano, ci dormono, ci fanno i bisogni… Tu te ne sei andato, ma noi siamo rimasti qui e abbiamo visto dilagare il degrado”.
Ogni volta che mi dicevano cose del genere io opponevo argomenti all’apparenza sensati.
“No, non chiedermi di capire: ci hai mai vissuto accanto a un campo nomadi? Una puzza tremenda, fumo, furti… quelli non vogliono lavorare! Perché io devo alzarmi tutte le mattine, sgobbare e mandare i miei figli a scuola e quelli no?”
Se dicevo che sì ci ho vissuto vicino a un campo e sì avevo subito anche io disagi e furti anche se per poco tempo rispondevano: “Che ti devo dire? Evidentemente noi siamo cattivi e tu no”. Discorso chiuso con
amici cari, insospettabili di razzismo. Io parlavo di repressione securitaria loro di sicurezza, io di razzismo loro di paura. Io di accoglienza loro a condizione di non snaturarsi.
“L’integrazione va bene, ma la moschea no. Ormai nel quartiere ci sono solo donne velate. I miei figli sono spaventati. E lo siamo anche noi. Ma come che male ci fanno? Abbiamo combattuto tutta la vita per l’emanxipazione della donna e adesso dobbiamo accettare il velo integrale? Ma siamo impazziti? Tu parli di rispetto, ma anche io voglio che i nostri valori siano rispettati. Mia madre, femminista storica, si rivolterebbe nella tomba se sapesse che io, donna, appoggio una religione che odia le donne”.
Tutte le religioni odiano le donne.
“È vero, ma con il cattolicesimo te la cavi con l’indifferenza e un po’ di ipocrisia. Con questi no: loro vogliono convertirci”.
La grande migrazione sta cambiando i connotati culturali della società. Ripetere che sia solo arricchimento per tutti è una finzione. Piuttosto bisognava gestire, per quanto possibile, l’impatto tra culture, riqualificando quartieri e paesi, attrezzando l’accoglienza con mediatori e professionisti. Ora forse è tardi, il demone dell’odio ormai è stato sprigionato ed è difficile tornare indietro. Minniti ci ha preparato il terreno: se vanno bene le torture nei lager libici, vanno bene ovunque. Ogni mezzo è buono per difenderci. Da cosa? Dalla paura. L’odio è stato alimentato dalla paura. Bisognava evitare di tacciare di razzismo chi ha semplicemente paura. Perché negare la paura serve solo a produrre razzismo.
In questi anni ho incontrato anche tanta gente che, ogni volta che raccontavo le storie di questi amici di Ivrea, Imola, Mestre eccetera, mi rispondevano con una strana luce negli occhi: “Significa che hai amici razzisti”. Dal modo in cui arrotavano la erre capivo che provavano un piacere perverso a dare del razzista a persone che nemmeno conoscevano. Li vedevo godere a ergersi a giudici per dispensare sentenze di razzismo senza cercare minimamente di capire.
Ecco tra queste due sinistre si è nel tempo aperto uno iato oggi diventato incolmabile. Da una parte c’è gente comune che non ha bisogno né è interessata a spiccare perché è intenta a vivere, dall’altra quelli che l’amico andato in Toscana chiama “ottimati democratici”, persone impegnate a indicare agli altri la retta via, a dire come è giusto vivere, cosa percepire e cosa pensare. Insomma dei censori.
I primi ora votano Lega oppure non votano affatto. Salvini li ha accolti, ha accettato le loro paure (e le ha sapientemente alimentate) a colpi di apparente buon senso (sotto testo: non siete voi che sbagliate è la sinistra che è diventata buonista e radical chic e definisce razzisti tutti quelli che non la pensano come lei).
“Razzista io? Ma se mia figlia ha sposato un senegalese! Non diciamo fesserie. Guarda per me le persone si dividono in due: chi vuole lavorare e chi bighellonare o delinquere: i primi sono benvenuti, gli altri a casa loro!”
C’è in quelle paure anche tanto altro: terrore del declassamento sociale dopo la crisi (“abbiamo intaccato i risparmi di una vita”, “i nostri figli staranno peggio di noi”, l’ascensore sociale si è inceppato si salvi chi può), impoverimento, bisogno del capro espiatorio. Diventare razzisti è un processo: negare le paure aiuta questa parabola.
“Tra qualche anno accetteremo cose oggi impensabili come per esempio sparare ai gommoni”, mi disse una decina di anni fa un funzionario dell’Onu. Aveva visto bene: se oggi Salvini silurasse una nave di qualche Ong il suo gradimento salirebbe alle stelle: la linea è ormai stata superata (20 anni fa il cattolico Casini chiedeva di sparare ai gommoni… per dire).
La domanda è: come siamo arrivati fin qui?
Negando la realtà, e cioè che la grande migrazione in piena globalizzazione è un evento epocale capace di sconvolgere il mondo come l’abbiamo conosciuto finora (ma chi poteva immaginare la Cina come potenza neo-coloniale in Africa, l’America che oppone dazi, la svolta autoritaria della Turchia?)
“La verità è che noi italiani siamo razzisti e fascisti”, ripetono in coro i guardiani della soglia, i censori, puntando l’indice come se il razzismo fosse un fatto genetico.
“Dicono che sono razzista?”, mi ha detto alla fine un amico esasperato. “va bene, non me ne frega niente. L’importante è che mia figlia possa rincasare tranquilla e mio figlio giocare in pace al parco”.
Distinguere razzismo e paura, questo dovrebbe fare una forza responsabile che sa che il razzismo è un prodotto della storia. Dovrebbe fare questo invece di spingere gli spaventati verso i demagoghi. Con le immaginabili conseguenze di trasformarli, per reazione di sistema, tutti in razzisti.
Perché la paura alimenta l’obbedienza. E hai voglia a opporre la retorica della disobbedienza quando la massa pende vertiginosamente verso la paura. La paura genera obbedienza.
Fare la genesi, risalire alle cause di questa paura non ci aiuterebbe molto. Allo stato attuale dobbiamo sapere che sottovalutare l’ansia di sottomissione di un popolo spaventato può essere fatale. Non fosse che per questa ragione bisogna assolutamente evitare di diffondere ritratti di Salvini in divisa nazista. A meno che l’obiettivo non sia risvegliare il drago. Questa è la fase in cui si sceglie l’altro demoniaco, cioè qualcuno su cui scaricare l’odio accumulato da tempo, dunque qualcuno da odiare. Nella Germania di cento anni fa l’altro demoniaco era l’ebreo (e il comunista, il marxista, il diverso, il fragile). Berlusconi è stato geniale nell’aver costruito intorno a chiunque non la pensasse come lui la definizione di “comunista”. Salvini si è giovato di questo immenso lavoro politico-culturale e al demone dei comunisti (nome che hanno assunto tutti i nemici di Berlusconi, ovvero chiunque non fosse suo alleato… persino Fini a un certo punto è diventato comunista in quanto
alleato/apprezzato dai comunisti) il leader della Lega ha aggiunto un altro demone, più spaventevole: il diverso. Dunque il migrante, il rom, l’ideologia gender, l’Islam, il terrorista, gli intellettuali. Questo in attesa di trovare un demone assoluto capace di catturare completamente l’attenzione e inchiodare il popolo alla sua paura. Perché è con la paura che si ottiene obbedienza. L’obbedienza è il corrispettivo fattuale della paura, cioè la più genuina delle risorse. La paura genera obbedienza. Mai sottovalutare la paura. Ecco perché la paura va accolta, non derisa né rifiutata. Se non la accogliamo noi ci sarà sempre qualcuno capace di trasformare questa paura in orrore e trascinarci tutti nell’abisso.

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