Caro PD, la battaglia contro la destra razzista non si fa con le bandiere di partito

Per fermare la valanga di destra servono iniziative condivise e inclusive, non manifestazioni di partito

Da molti mesi ormai il nostro Paese assiste a episodi di intolleranza e prevaricazione segnati da pulsioni xenofobe e razziste, irresponsabilmente sottovalutate, quando non incoraggiate, dalle stesse istituzioni di governo che dovrebbero garantire la convivenza civile.

Manifestazioni di insensata violenza colpiscono immigrati, minoranze etniche o di genere, perfino bambini,  soggetti costretti ai margini della società, inquinando i principi fondanti che ispirano la società democratica costruita nei decenni dagli italiani.

A questa inaccettabile  deriva va data una risposta forte, determinata, appassionata, nelle piazze del Paese,  per riaffermare senza esitazioni i valori costituzionali e universali della dignità umana, della libertà, dell’uguaglianza e della solidarietà, dello Stato di diritto, della tutela della persona, valori intoccabili, messi a fondamento della Costituzione Italiana e cristallizzati dall’Europa nella Carta di Nizza.

La scelta del Partito Democratico di chiamare  alla mobilitazione, il 30 settembre a Roma,  “l’Italia che non ha paura” sotto le sue bandiere, esclude di fatto tutti coloro che, pur condividendo i valori che sono chiamati a difendere, non si riconoscono nelle sue insegne,  né nei generici slogan lanciati insieme alla manifestazione.

Crediamo che sia sempre più urgente una fortissima risposta di popolo, ma con la discesa in piazza di tutte le forze della società civile, del cattolicesimo democratico, del volontariato, di tutte le donne e gli uomini di buona volontà  di diverse appartenenze disposti a proteggere il Paese da ogni pericolo di regressione civile.

La posta in gioco è troppo importante perché si possa ancora ragionare in termini di partito.

Solo quei partiti e quei movimenti che sapranno  costruire  con intelligenza e generosità un progetto di inclusione, ammainando  le proprie bandiere  per mettersi con umiltà al servizio di tutti coloro che semplicemente credono in una Italia civile, democratica, giusta e lontana da ogni forma di razzismo, potranno  appartenere a quel mondo di donne e uomini liberi che dobbiamo impegnarci a difendere e costruire con nuovo slancio.

Anna Maria Bianchi Missaglia e Luigi Irdi

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Diario: a Matteo Orfini il Premio facciatosta

Matteo Orfini, Presidente del Partito Democratico,  il braccio armato della defenestrazione della Giunta Marino – sempre orgogliosamente rivendicata – adesso inneggia alle iniziative dell’ex assessore Giovanni Caudo al III Municipio. Con toni elegiaci decisamente inusuali per il personaggio: “…Cercate le foto che raccontano la serata, guardate che bello… fare una cosa del genere significa provare a ricostruire la civitas, la città intesa non solo come forma urbana ma come comunità di persone. Rimettere insieme le persone, ridare vita ai luoghi che oggi sono spesso solo punti di passaggio ma che possono invece diventare luoghi di incontro, confronto...” Forse crede che noi, romani e non,  abbiamo la memoria talmente corta che basti un post per cancellare il fatto che lui e Renzi abbiano  mandato a casa un Sindaco eletto dai cittadini e  consegnato la Capitale all’opposizione? (E non ricordo che abbia fatto o detto un bel nulla a sostegno di Giovanni Caudo, nè quando il partito ufficiale alle primarie sosteneva con forza la candidata PD – fino a scomodare il segretario Martina per la manifestazione finale – ma neanche dopo, quando alcuni esponenti del PD attaccavano Caudo per aver nominato “solo” due assessori PD su 6, o per la sua scelta di ChristianRaimo alla cultura ) (vedi testo in calce)

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L’ultimo treno per il PD

dal sito del PD

Il PD continua a non fare alcuna autocritica sulle ragioni della sconfitta, ma per molti dem la colpa è degli elettori che hanno fatto la scelta sbagliata. Continuiamo a farci del male, direbbe Nanni Moretti…

Mentre la situazione politica degenera ogni giorno di più, tra le sparate razziste del Ministro dell’interno,  i cinegiornali in stile Istituto Luce che esaltano presunti  provvedimenti  anticasta, e il  back stage delle spartizioni da ancien régime (con personaggi dell’ancien régime che potrebbero finire in ruoli chiave),  il Partito Democratico non riesce a uscire dal suo torpore di lotte intestine, grida manzoniane e passerelle random nelle periferie.

Il circolo vizioso  in cui il PD si è imprigionato da solo è soprattutto la mentalità che vede nelle conte e nel “do ut des” l’unica forma di iniziativa politica, tutta interna al partito.  Come una disputa per la proprietà di una domus a Pompei il giorno prima dell’eruzione del Vesuvio.

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Miseria e nobiltà (a proposito di Veltroni)

Rilancio questa riflessione di Aldo Pirone, aggiungendo un “da che pulpito”, visto che anche Walter  Veltroni* ha collezionato un bel po’ di sconfitte, e ha persino regalato la Capitale ad Alemanno, senza per questo fare quello che adesso accusa il PD renziano  di non aver fatto: interrogarsi sul perché si siano persi tanti  voti e  sul perché la sinistra sia stata sradicata dai ceti popolari dalle periferie urbane e sociali. E senza spiegare perchè, anche lui come Renzi, aveva promesso di andarsene (in Africa) in caso di sconfitta e  invece è ancora lì a pontificare. Con il sottopancia gentilmente offerto dal deferente Giannini  di  “padre nobile” della sinistra.

IL PADRE NOBILE

di Aldo Pirone

L’altra sera da Lilli Gruber c’era Veltroni. A interloquire con lui anche Massimo Giannini, columnist di “la Repubblica”. I due giornalisti – per la verità Giannini più delle Gruber – hanno mostrato la solita deferenza poco professionale verso l’ex segretario del PD, definito da Giannini, sulla scia del suo mentore Eugenio Scalfari, padre nobile del partito di cui, ahimè, fu il fondatore. Veltroni ha subito fatto una critica al PD per la mancanza d’iniziativa politica dimostrata nel corso di questi due mesi post elettorali. Un deficit dimostrato soprattutto nei confronti del M5s che, secondo Walter, doveva essere incalzato per farne emergere le contraddizioni politiche e su quelle lavorare. A cominciare da quella sbandierata da Di Maio secondo cui un accordo con Lega o il PD era considerato equivalente. Anzi, a sentire il grillino, con il PD sarebbe stato fatto contro voglia mentre quello con Salvini era considerato più naturale e promettente di grandi cose. Si è sottolineato negativamente il fatto che il PD abbia preferito il cosiddetto Aventino.

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