Nella giornata in memoria delle vittime dell’immigrazione arrivano le ruspe a Via Scorticabove

via scorticabove ragno e materassi foto ambm IMG_6965di Anna Maria Bianchi Missaglia

Siamo stati testimoni, oggi, dello sgombero di Via Scorticabove. Uno sgombero pacifico, ma non per questo meno impressionante. Soprattutto se si pensa che quelle persone, rifugiati sudanesi con tutte “le carte a posto”, da stasera si aggiungeranno alla schiera dei senza fissa dimora della Capitale. Persone che si erano ricostruite una vita insieme, che insieme hanno resistito in un accampamento per strada, sperando che il Comune accogliesse le loro proposte. Persone che hanno assistito alla scena delle ruspe che schiacciavano le tende e i pagliericci con grande dignità. Ma anche con la forza di chi non si arrende a battersi per i propri diritti (in calce il video della conferenza stampa e la sequenza di foto dello sgombero)

Oggi si celebra in tutta Italia la La Giornata della memoria e dell’accoglienza per ricordare il 3 ottobre di 5 anni fa, quando 368 persone, in gran parte eritrei, morirono in mare in un naufragio avvenuto davanti alle coste di Lampedusa. A Roma la giornata però è stata celebrata con l’arrivo delle ruspe che hanno distrutto l’accampamento di fortuna in Via Scorticabove, a San Basilio, dove dallo scorso 5 luglio, 120 rifugiati politici sudanesi, regolarmente in Italia, si erano installati dopo essere stati cacciati dalla palazzina dove risiedevano da anni. La Cooperativa che gestiva la struttura per conto del Comune, infatti, era incappata nelle indagini di Mafia Capitale e aveva abbandonato i rifugiati a se stessi, che però si erano organizzati continuando a gestire la comunità e a pagare le bollette.

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Arresto del Sindaco di Riace: Luca Bergamo a Salvini

Il post che il vicesindaco di Roma ha pubblicato sulla sua pagina Facebook, dopo le esternazioni del Ministro dell’Interno Salvini in seguito all’arresto del Sindaco Lucano. Una voce che critica – è non per la prima volta –  un esponente di un Governo appoggiato da una maggioranza cui fa riferimento anche la sua Giunta penstastellata. Chapeau.

Al Sig. Ministro dell’Interno
Il principio per cui si è innocenti fino a prova contraria si applica a chiunque, anche quando l’autorità giudiziaria avvia procedimenti a carico di rappresentanti istituzionali: come a lei, per esempio, o al Sindaco di Riace, Domenico Lucano.

Rispettare il lavoro degli inquirenti e dei giudici, cui siamo tutti chiamati anche quando dissentiamo dal loro operato, implica rispettare il principio della presunzione di innocenza fintanto che i fatti non siano appurati in giudizio.

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Che schifo. Ecco la relazione della Commissione Ministero delle Infrastrutture sul crollo del Ponte di Genova.

Fate schifo intitola oggi il suo editoriale su Il Fatto Quotidiano Marco Travaglio che riporta vari passaggi della Relazione della Commissione ispettiva del Ministero delle Infrastrutture e Trasporti pubblicato sul sito istituzionale dal Ministro Toninelli. E leggendo il susseguirsi di  passaggi della relazione, si prova davvero un senso di schifo, e di angoscia per una tragedia che si sarebbe potuta evitare.

Travaglio propone poi un’altra serie di citazioni, tratte da articoli delle principali testate nazionali pubblicati nei giorni e nelle settimane successive al disastro, che  pretendono di rimandare anche la giusta indignazione a dopo le eventuali condanne definitive, e che si scagliano soprattutto contro  le intenzioni del Governo di togliere al concessionario privato la gestione delle autostrade. Proposito che può essere discutibile, ma assai risibile davanti alle terribili parole messe nero su bianco dalla Commissione riportate da Travaglio: ““pur a conoscenza di un accentuato degrado” delle strutture portanti, la concessionaria “non ha ritenuto di provvedere, come avrebbe dovuto, al loro immediato ripristino” né “adottato alcuna misura precauzionale a tutela” degli automobilisti”. Concessionaria che “…Non aveva neppure “eseguito la valutazione di sicurezza del viadotto”: gl’ispettori l’hanno chiesta e, “contrariamente a quanto affermato nella comunicazione del 23.6.2017 della Società alla struttura di vigilanza”, hanno scoperto che “tale documento non esiste”.

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Caro PD, la battaglia contro la destra razzista non si fa con le bandiere di partito

Per fermare la valanga di destra servono iniziative condivise e inclusive, non manifestazioni di partito

Da molti mesi ormai il nostro Paese assiste a episodi di intolleranza e prevaricazione segnati da pulsioni xenofobe e razziste, irresponsabilmente sottovalutate, quando non incoraggiate, dalle stesse istituzioni di governo che dovrebbero garantire la convivenza civile.

Manifestazioni di insensata violenza colpiscono immigrati, minoranze etniche o di genere, perfino bambini,  soggetti costretti ai margini della società, inquinando i principi fondanti che ispirano la società democratica costruita nei decenni dagli italiani.

A questa inaccettabile  deriva va data una risposta forte, determinata, appassionata, nelle piazze del Paese,  per riaffermare senza esitazioni i valori costituzionali e universali della dignità umana, della libertà, dell’uguaglianza e della solidarietà, dello Stato di diritto, della tutela della persona, valori intoccabili, messi a fondamento della Costituzione Italiana e cristallizzati dall’Europa nella Carta di Nizza.

La scelta del Partito Democratico di chiamare  alla mobilitazione, il 30 settembre a Roma,  “l’Italia che non ha paura” sotto le sue bandiere, esclude di fatto tutti coloro che, pur condividendo i valori che sono chiamati a difendere, non si riconoscono nelle sue insegne,  né nei generici slogan lanciati insieme alla manifestazione.

Crediamo che sia sempre più urgente una fortissima risposta di popolo, ma con la discesa in piazza di tutte le forze della società civile, del cattolicesimo democratico, del volontariato, di tutte le donne e gli uomini di buona volontà  di diverse appartenenze disposti a proteggere il Paese da ogni pericolo di regressione civile.

La posta in gioco è troppo importante perché si possa ancora ragionare in termini di partito.

Solo quei partiti e quei movimenti che sapranno  costruire  con intelligenza e generosità un progetto di inclusione, ammainando  le proprie bandiere  per mettersi con umiltà al servizio di tutti coloro che semplicemente credono in una Italia civile, democratica, giusta e lontana da ogni forma di razzismo, potranno  appartenere a quel mondo di donne e uomini liberi che dobbiamo impegnarci a difendere e costruire con nuovo slancio.

Anna Maria Bianchi Missaglia e Luigi Irdi

Gilioli: l’Europa muore e se lo merita tutto

da Piovonorane 29 giugno 2018

L’Europa muore e se lo merita tutto

Orrendo, grottesco, cieco, irresponsabile, meschino: trovatelo voi l’aggettivo più adatto a definire il comportamento dell’Europa verso l’Africa, in questi giorni.

E parlo dell’Europa tutta, non solo del nostro ridicolo Conte (che peraltro segue la strada di Minniti): parlo dei supponenti Macron e Merkel, dei fascistoidi di Visegrad, degli eleganti nordici.

Parlo dell’Europa tutta che non si occupa di Africa ma di rifiutarne i migranti, che frigna per l’effetto fregandosene della causa, che si rimpalla al suo interno esseri umani – prendili tu, no prendili tu! – con lo stesso cinismo con cui cent’anni fa si spartiva la loro terra – la prendo io, no la prendo io! – e come ancora adesso se ne spartisce le risorse naturali, i contratti, le dighe, l’import di armi, i giacimenti, gli appalti – li prendo io, no li prendo io!

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Diario: Michele Serra e i bulli degli istituti tecnici

Mi dispiace davvero che Michele Serra, molto spesso attento e lucido, scriva nella sua rubrica su Repubblica cose così stupide, che tradiscono un inaspettato razzismo. Perché non è affatto vero che il bullismo è un fenomeno prevalente nelle classi popolari (o negli istituti tecnici). Non ha né classe nè connotazione geografica, nè, purtroppo, genere. Il bullismo è il segno esteriore che ogni tanto finisce nei telegiornali della perdita di valori, del senso di immedesimazione, di senso del limite, in cui sta sprofondando sempre più la nostra società, non più comunità di persone ma somma di individui, dove l’unico senso di appartenenza è una famiglia sempre più ristretta e un branco casuale in cui affermare la propria identità. Un’identità sempre più insignificante, vissuta come insostenibile solitudine, che si può alleviare solo salendo su provvisorie ribalte, anche – forse soprattutto – a spese di qualcun altro. Qualche anno fa in un istituto superiore di Roma due ragazze hanno spappolato la milza di una compagna a calci, perché aveva messo le scarpe delle festa. Circondate da compagni e compagne che guardavano senza intervenire. Non era un istituto tecnico di periferia, era un liceo dei Parioli.

(20 aprile 2018)

 

Diario: Stop frame, Ostia, 8 novembre 2017

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Questo è il video con l’aggressione di Roberto Spada, esponente del clan Spada, all’inviato di Nemo (Rai 2) Daniele Piervincenzi durante un’intervista.

Pochi secondi che dicono molto di più di qualsiasi discorso, analisi, polemica sulla situazione di Ostia. E non solo di Ostia. Perchè si tratta del X Municipio, che fa parte del Comune di Roma, della Capitale d’Italia. Un territorio dove la gente è così rassegnata che, dopo l’arresto (e la condanna in primo grado) del suo Presidente PD coinvolto nel “Mondo di mezzo”, e un lungo periodo di commissariamento, ha deciso, per una schiacciante maggioranza (due terzi), di non andare più a votare.

Va guardato questo video, quella testata in faccia al giornalista, che anche se lo sai ti prende alla sprovvista, ma con quella consapevolezza sgradevole che non stai assistendo a una fiction. Ci facesse un po’ di effetto, a noi che continuiamo il nostro tran tran lamentandoci delle buche e dell’immondizia, che ci scandalizziamo e pontifichiamo, ma in cuor nostro pensiamo che, alla fine, ce la caveremo sempre. Perchè si sopravvive sempre, a Roma, sfruttando i tanti interstizi lasciati da regole e legalità allentate, tolleranze e scorciatoie che fanno da camera di compensazione a una quotidianità intollerabile ma comunque sopportabile. Almeno per chi lavora – ha un lavoro – e vive in case – ha case – mediamente ospitali, in quartieri mediamente centrali e mediamente benestanti, con paure esagerate di cose in cui è difficile imbattersi.

Non è così per sempre più persone, che vivono esistenze in salita di cui è la paura a tracciare i perimetri. Donne e uomini che ogni giorno si avventurano nella vita cercando di stare alla larga dai prepotenti, perchè nessuno garantisce giustizia. E non c’è nessuna telecamera a registrare i soprusi e a restituire la dignità alle vittime.

Dimenticheremo anche questo episodio, come abbiamo già archiviato Mafia capitale nello sterile battibecco è-mafia-non-è-mafia. Lo metteremo nello scaffale dei mali senza rimedio o di quelli a cui non possiamo dare rimedio e di cui quindi ci disinteressiamo. Mentre sta già scivolando dalla memoria la faccia dell’aggressore prima di sferrare la testata.

Diario: Salvineide

Questa è solo una carrellata di post dalla pagina Facebook di Matteo Salvini in questi giorni di agosto. Sono più significativi di tanti discorsi. A partire dall’orribile paragone tra il piccolo Aylan, il bimbo curdo morto sulla spiaggia e Julian, il bimbo inglese ucciso dai terroristi a Barcellona, che Salvini ha  rilanciato da un  articolo  di Il Giornale.it. Il post   è stato condiviso 14.366 volte. Quattordicimilatrecentosessantasei persone  che  hanno pensato che fosse normale, di fronte a una tragedia del genere, non provare compassione per i due bambini, ma prendersela con i “buonisti” che non applicano lo stesso trattamento mediatico  a due piccoli morti di nazionalità diversa.  Come se fossero vittime di due fronti opposti  del conflitto. Ma come osserva  Simona Moscarelli dell’OIM, si tratta di due vittime della stessa guerra, bimbi uccisi dalla stessa mano. Anche Aylan era in fuga dall’ISIS. Non facciamoci convincere che esista un NOI e un LORO. Potrei inondare le bacheche degli amici con foto di bimbi affogati, lasciati a morire nel deserto o vittime di attentati terroristici non coperti da nessuna testata. Siamo arrabbiati, siamo spaventati ma dobbiamo restare lucidi. Il sonno della ragione genera mostri e il passo da qui a Charlottesville è molto più breve di quello che si pensi”.

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Codice Minniti. L’emergenza umanitaria non sono i migranti. Siamo noi.

“Immigrants” by Alireza Pakdel, Iranian artist.

Voglio conservare queste risposte al Codice Minniti e ai  discorsi che siamo costretti a sentire. Sono scritte da persone diverse, persone che raccontano  quello che provo e che mi fanno sentire meno sola  di fronte a questo disastro. Un’emergenza umanitaria, non per i migranti in pericolo nel mare, ma per noi, massa  di sciagurati indifferenti. (interventi di Guido Viale, Roberto Saviano, Marco Revelli, Tomaso Montanari) (AMBM)

Ricorda, non sei straniero sei solo povero.
Se fossi ricco non saresti straniero in nessun luogo.(MamAfrica)

Guido Viale – da il Manifesto  6 agosto 2017

Ong, in difesa dei giusti

Migranti. A chi cerca di sottrarre i profughi a un destino di sofferenza e morte andrebbe riconosciuto il titolo di “Giusti”. Invece vengono trattati come criminali, sempre più spesso con un linguaggio che tratta le persone salvate e da salvare come ingombri, intrusi, parassiti e invasori da buttare a mare

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Voterò no con tristezza. Voterò NO con convinzione.

ANPI folla cantare ballareNon dovevamo arrivare a questo. A buttare all’aria la Costituzione che ci hanno lasciato le donne  e gli uomini che ci hanno liberato dal fascismo, come presidio di libertà, democrazia  e uguaglianza a difesa delle future generazioni,  per dare più potere a cerchie sempre più ristrette, per adeguarsi ai diktat della finanza internazionale, per calcoli elettorali di respiro corto.

Ma comunque vada, la situazione sarà  assai triste.  Triste il misero spettacolo andato in scena su ogni media possibile del nostro Presidente del Consiglio che perorava il sì al referendum come un imbonitore di piazza. Triste la sequenza di regali promessi in cambio della vittoria:  bonus, sollievi per malati, fritto di pesce. Triste che le ragioni del sì e del no non siano divise da ragionamenti, ma troppo spesso da paura, insofferenza per le regole, odio per un leader o una parte, scaltri opportunismi.   Ma soprattutto triste vedere spaccato  il popolo della sinistra, quello  che  una volta stava insieme per  difendere diritti, e che oggi  è impegnato in una guerra fratricida. Non è di sinistra restringere il diritto dei cittadini di eleggere i propri rappresentanti, non è di sinistra regalare l’immunità parlamentare a politici che non ne avrebbero diritto, non è di sinistra ridurre le prerogative del Presidente della Repubblica. E tanto altro.

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