La sinistra non esiste in natura

di Aldo Pirone

(7 aprile 2018)

Ormai è diventato un mantra recitato in tutte le salse: bisogna tornare fra il popolo, nelle periferie urbane e sociali, fra i sofferenti, i poveri, gli sfruttati. A parte Renzi e i renziani che continuano la loro “circolazione extracorporea” nel PD tenendolo, però, in stand by, a sinistra tutti ripetono le stesse intenzioni. Compresi quelli di LeU che pensavano che bastasse scindersi dal PD e trovare un leader istituzionale rispettabile come Grasso perché si aprissero verdi praterie elettorali a sinistra. Il fatto è che il solco fra la base sociale e i suoi rappresentanti a sinistra si era aperto da tempo. Si è trattato di un lungo addio, svoltosi in vari modi e con diverse tappe che hanno investito i diversi gradi, per dirla con Gramsci, delle sovrastrutture culturali, ideali e, alla fine, politiche della sinistra. Nel frattempo la stessa base sociale subiva i cambiamenti indotti dalla rivoluzione conservatrice neoliberista, con il lavoro che diveniva sempre più precario, spezzettato, atomizzato e diritti sempre più aleatori, senza trovare risposta alle esigenze di protezione da un capitalismo tornato selvaggio nelle sue conseguenze sociali. Tutto ciò mentre a calcare la scena socioeconomica erano nuove generazioni che non portavano con sé le memorie delle lotte collettive e solidaristiche, sindacali e politiche, degli anziani protagonisti del “trentennio glorioso”. Protagonisti dentro un blocco sociale e politico di tipo fordista che la rivoluzione tecnologica, con la scomparsa della grande fabbrica operaia, aveva avviato al pensionamento in gran parte anticipato.
Adesso tutti, o quasi, dirigenti politici, giornalisti, intellettuali di vario genere, a dire che la sinistra storica i cambiamenti non li ha saputi vedere, comprendere, interpretare. Sebbene proprio l’innovazione e il cambiamento siano stati le sue bandiere. Strani innovatori questi leader della sinistra post comunista, da Veltroni a D’Alema, da Bersani a Fassino. Di quest’ultimo si ricorda ancora il suo grido accorato al Congresso DS del 2001-2002 dove, purtroppo, divenne segretario: “O si cambia o si muore”. E, infatti, ma non solo per demerito suo, ci si è ritrovati stecchiti. Oppure il Renzi che, ultimo della specie degli innovatori, imitando il calcio dell’asino, ironizzava sui sindacati che non trovavano dove inserire il gettone nei moderni smartphone. E tantissimi fra i critici di oggi a battergli le mani, visto che lo statista di Rignano le sue le metteva in faccia alla Camusso e alla Cgil.

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Tomaso Montanari: i due mondi della politica

(da Huffinghton Post 12 gennaio 2018) Le alleanze a Sinistra e la vera posta in gioco

Si può fare politica per cambiare il mondo. O si può fare politica per gestire lo stato delle cose.

Nel primo caso si parte da un tentativo di leggerlo, il mondo. Di capirlo. E di capire cosa fare, e cosa non fare, per cambiarlo. Nel secondo caso si parte dalla geometria delle alleanze, dalla scelta di un leader mediaticamente efficace, da una strategia sì, ma di marketing. Nel primo caso si ha in mente una strada, e la si percorre con determinazione e coerenza. Nel secondo caso si vive alla giornata, si risponde agli appelli dei giornali, si tratta su tutto.

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Diario: Sinistra e dignità

Da cosa ripartire per ricostruire la sinistra. Dalla dignità. Viene prima di tutto il resto. Perchè tutte le battaglie giuste, anche quelle per il diritto di avere da mangiare, i diritti dei lavoratori, il diritto alla parità delle donne, il diritto di essere curati, cominciano e si riassumono in una battaglia per la dignità. Perchè nessuno possa umiliare, sfruttare, ricattare chi ha bisogno o chi è più debole. Perchè nessuno debba subire, accettare, avere paura.

Dignità anche non tradire se stessi, la propria storia, quello che si sente giusto. La Resistenza ci ha insegnato la dignità.

E solo se riusciamo a ricostruire la nostra dignità collettiva possiamo ricominciare a guardare un orizzonte che meriti di essere guardato. Stefano Rodotà l’aveva messa al primo posto del suo elenco:”al centro della politica ci sono la dignità, l’uguaglianza, i diritti, la ridistribuzione delle risorse. Non è sinistra, questa?»

Il presente che nutre il fascismo

Muro di Berlino (foto AMBM)

Mai dissociare la libertà dalla giustizia sociale e dalla dimensione etica…

di Nadia Urbinati   

«Il pericolo numero uno della società orizzontale è rappresentato dall’isolamento  di soggetti che ritengono di poter dare, per citare Ulrick Beck, “soluzioni biografiche a contraddizioni sistemiche”». la Repubblica, 12 luglio 2017 (c.m.c.) (Da Eddyburg)

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I migranti, Renzi e la lezione di George Lakoff

 

UBI MAIOR…In calce il bellissimo articolo di Tomaso Montanari sullo stesso tema (da Il Manifesto 9 luglio)

Una delle più illuminanti letture che mi hanno accompagnato in questi anni di tentativi di comunicazione efficace (necessità di ingegnarsi vista la penuria di attenzioni dei canali ufficiali rispetto ai temi e alle battaglie di Carteinregola) è un libretto che si intitola “Non pensare all’elefante” del sociologo statunitense George Lakoff. L’ho consigliato a tanti amici che fanno politica. Perché spiega con semplicità l’importanza del linguaggio. Dei concetti associati alle parole. Lui li chiama “frames“. Sono quelli che rendono le parole  veicoli di “archetipi”,  che possono essere anche molto distanti dalle intenzioni dei loro utilizzatori. Specialmente quando dovrebbero rispecchiare valori e visioni  di destra e di sinistra.  Per  esempio,  parlare di “sgravio fiscale” vuol dire evocare l’idea delle tasse come qualcosa che schiaccia i cittadini sotto il suo peso, infatti è  il classico cavallo di battaglia delle destre. Ed è un’espressione che non dovrebbe essere usata dalla  sinistra,  che invece si batte per un regime fiscale proporzionale ai redditi,  per  incrementare il welfare e ridurre le disuguaglianze.

E proprio in un frame sbagliato è scivolato Renzi usando la parola “aiutiamoli a casa loro“.

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Gilioli: Il grande bivio, dopo destra e sinistra

(dal blog piovono rane)

Qui di seguito l’intervento di Alessandro Gilioli all’incontro su destra e sinistra, al Festival del Giornalismo di Perugia.

«Ci sono sempre state e sempre ci saranno persone che hanno combattuto e combatteranno per l’uguaglianza sociale. Come ci sarà sempre l’altra parte. Sono due aspetti che fanno parte dell’animo umano. Poi, con la Rivoluzione francese, si sono coniati i termini di destra e sinistra».

La citazione è di José Mujica, ex presidente dell’Urugay.

Mujica identifica quindi la questione destra-sinistra con il tema dell’uguaglianza, della riduzione delle forbice sociale, della redistribuzione.

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Gilioli: Sinistra, guarda te stessa

…Basterebbe cominciare, ad esempio, a guardare se stessi, anziché all’altro: a guardare cosa si è fatto e cosa si è detto, quando si timonava la nave del Pd, quali decisioni politiche sono state prese, quali alleanze si sono strette o inseguite, quali pezzi di società si sono abbandonati, quali modelli economici si sono implementati, quali rapporti si sono instaurati con la trama in cui si intrecciano tecnocrazia, poteri finanziari, ceto politico…

Dal blog dell’Espresso Piovono rane di Alessandro Gilioli, 23 marzo 2017

Ha ragione Bersani quando dice che una parte dell’ex popolo di sinistra vota Movimento 5 Stelle: e che è inutile, anzi controproducente, l’invettiva continua verso Grillo e Casaleggio; e che questa invettiva – sia quando è fondata sia quando è strumentale – non riporta indietro un voto, perché ben altri sono i motivi di quella transumanza e non c’è cazzata del M5S che ne diminuisca i consensi.

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LA DIFFERENZA VISIBILE TRA DESTRA E SINISTRA

(DA Eddyburg/REPUBBLICA 29 Ottobre 2014)

«Vi sono due condizioni che fanno, oggi come ieri, la differenza tra destra e sinistra. Una è la scelta della parte sociale da cui stare: in politica, nell’economia, nella cultura…».  La Repubblica, 29 ottobre 2014
Non si sa chi sia, il regista delle due manifestazioni contemporanee della scorsa settimana, piazza San Giovanni e Leopolda. Di certo è un grande talento. Il contrasto tra lo scenario dei due eventi non poteva venire realizzato in modo più efficace. Da un lato un gran sole, il cielo azzurro, uno spazio amplissimo, una folla sterminata, brevi discorsi su temi concreti. Dall’altra un garage semibuio dove non si riusciva a vedere al di là di una decina di metri, un centinaio di tavoli dove si parlava di tutto, un lungo discorso del presidente del Consiglio in cui spiccavano acute considerazioni sull’iPhone e la fotografia digitale, e non più di sei-settemila persone — giusto 140 volte meno che a San Giovanni. (> leggi tutto)