Cinquestelle, è giunto il momento della scelta. O di qua o di là.

Ci rivolgiamo alle donne e agli uomini del Movimento Cinque Stelle che si riconoscono nei valori democratici della nostra Costituzione.

La mossa del Ministro dell’Interno Matteo Salvini per chiudere l’esperienza di Riace è un punto di non ritorno anche per il M5S e per le sue varie anime: perché mai come ora una scelta va fatta, o di qua o di là.

O sostenete il  modello di accoglienza e solidarietà che ha acceso la speranza in tante coscienze, o siete per la sua distruzione. Diventando fino in fondo complici della grande mistificazione fascioleghista, quella di far credere che il più grande problema degli italiani siano i migranti e che le sue soluzioni siano i muri e i respingimenti negli inferni africani. Tacere, o lanciare qualche timido e isolato pigolio contrario, cancellerà la vostra dignità e la fiducia di tante donne e uomini che pensavano che il vostro concetto di onestà fosse strettamente connesso a quello di giustizia e di umanità.

Ma sarà anche la fine del vostro stesso MoVimento. Sarà la più eclatante dimostrazione di chi è effettivamente sul ponte di comando e di chi è solo un comodo e provvisorio subalterno. Fino alle prossime elezioni.

Perché questo è ormai certo: chi non si scandalizza di quello che sta facendo Salvini al Paese è già diventato un elettore di Salvini. Chi si aspetta qualcosa da un afono Movimento Cinquestelle si sta già guardando intorno. O abbassa lo sguardo.

E’  nel momento del conflitto che le persone, e  i movimenti, mostrano quello che sono. E’ venuto il momento che il M5S dimostri la sua anima democratica con coraggio e con forza.

 

Gli appelli di ANPI, Magistratura Democratica e Libertà e Giustizia, Giuristi Democratici

ANPI, Nespolo: “Cari 5 stelle, non girate lo sguardo da un’ altra parte, fermate Salvini” 14 Ottobre 2018

Annunci

Carteinregola: l’arresto del Sindaco di Riace non deve uccidere la speranza

recosol riace solidarietaSolo due mesi fa raccontavamo la campagna di solidarietà al Sindaco Mimmo Lucano*, ricostruendo quello che era riuscito a fare tra mille difficoltà e che rischiava di finire per mancanza di fondi. Uno straordinario progetto che “coniuga l’accoglienza dei migranti con il rilancio del proprio territorio, dando l’immagine di una Calabria inedita, diversa da quella di tanta cronaca nera e illuminando la strada in questo fosco scenario di muri e conflitti“**. Davamo anche gli estremi per inviare un contributo eonomico, dopo che il Sindaco aveva cominciato uno sciopero della fame per dare visibilità all’inaccettabile situazione in cui versavano le casse comunali, che da anni aspettavano dallo Stato quasi 2 milioni di euro, necessari a tenere in vita un esperimento sociale che ha fatto il giro del mondo.

Continua a leggere

Oggi in piazza io non c’ero.

30 settembre 2018. Oggi in piazza, alla manifestazione del Partito Democratico “L’Italia che non ha paura” io non c’ero. Perchè:
1) Non si trattava di una manifestazione antirazzista e antifascista, se no ci sarei andata. Ma era invece una manifestazione del PD, con vari slogan piuttosto generici in cui prevaleva l’essere contro questo Governo. Governo che avverso profondamente, soprattutto per le derive fasciste e razziste, che però ritengo non esenti il PD dall’ autocritica nè dal cambiamento di rotta. E nemmeno dal non fare opposizione.
Detto fuori dai denti: Salvini sfrutta la paura dei migranti per aumentare il suo consenso, il PD sfrutta la paura di Salvini per recuperare il consenso perduto. Io non ci sto a lasciare strumentalizzare la mia indignazione da un partito alla canna del gas che non ha nessuna intenzione di mettersi in discussione e di cambiare registro, ma che, con la miserrima strategia del pop corn, pensa di recuperare dagli errori/orrori altrui
2) Se il PD avesse voluto davvero fare una grande manifestazione per i diritti e per la Costituzione non avrebbe indetto una manifestazione targata “PD – prendere -o -lasciare”, ma avrebbe saputo mettere l’interesse del partito dietro quello delle persone e degli ultimi, organizzando fin dall’inizio una manifestazione inclusiva, senza bandiere di partito, insieme alla società civile, in difesa della nostra Costituzione.

Continua a leggere

Libertà e Giustizia: il decreto sicurezza discrimina tra cittadini e sudditi

dal sitodi Libertà e giustizia foto ArtVibes

dal sito di Libertà e Giustizia la nota sul decreto sicurezza del Presidente del Consiglio Conte e dal Ministro dell’Interno Salvini

Tra le molteplici aberrazioni giuridiche contenute nello schema di decreto legge sull’immigrazione approvato dal Consiglio dei ministri nella seduta del 24 settembre 2018, colpisce in particolare quella che prevede la revoca della cittadinanza come sanzione per la commissione di determinati reati.

Si tratta di una previsione che, colpendo una parte soltanto della popolazione (i cittadini non per nascita), frantuma la nozione di cittadinanza, vale a dire il fondamento stesso dello Stato costituzionale. La cittadinanza è tale solo se la posizione giuridica, di diritto e di dovere, nei confronti del potere è uguale per tutti coloro che sono cittadini. Discriminare all’interno della cittadinanza, dando vita a posizioni giuridiche tra loro diseguali, significa creare un ordinamento separato sulla base dell’appartenenza etnica. Significa che, d’ora innanzi, alcuni saranno cittadini; gli altri sudditi. Ancor prima che questione di violazione dell’ordinamento giuridico internazionale, europeo e italiano, è questione di uscita dalla civiltà giuridica

Continua a leggere

Apertura domenicale dei negozi: la Politica, i “posti di lavoro” e la qualità della vita

Porta di Roma (foto AMBM)

Porta di Roma (foto AMBM)

Tiene banco da due giorni la discussione sul ventilato ripristino della chiusura domenicale dei negozi. Verrebbe da dire, con le ben più gravi urgenze ed emergenze, che si tratti della solita “arma di distrazione di massa”. Titoloni sui giornali, interviste TV, sondaggi tra il popolo di clienti ed esercenti. Ma ben pochi media hanno ricordato che in realtà questo Disegno di legge era stato già approvato dalla Camera nel 2015 (Governo Renzi) e non era poi approdato al voto del Senato. E un discorso serio sul tema non può ridursi, come sempre, a minacce sulla ipotetica perdita di posti di lavoro o all’invocazione della presunta “modernità” di centri commerciali sempre aperti. Un discorso serio riguarda i diritti dei lavoratori, il rapporto con il territorio, e, sì, anche il tempo libero delle famiglie.

Ormai la misura di valutazione di qualsiasi provvedimento è sempre sostanzialmente economica, con la solita quantificazione dei “posti di lavoro”. Ora, a parte che sarebbe più umano che si tornasse a parlare di “lavoratori” – persone in carne ed ossa – la categoria, prettamente statistica, è assai fumosa, dato che le stime dei posti persi o guadagnati restano sempre nel limbo delle ipotesi, senza che nessuno vada a “vedere le carte” a posteriori. E guarda caso chi invoca i posti di lavoro è spesso nella zona – o dalla parte – di chi vuole cementificare, liberalizzare o imporre nuove regole che riducono i diritti dei lavoratori o sfasciano l’ambiente.

Continua a leggere

Manifesto della razza: Raggi cambierà nome a due strade intitolate a due firmatari

mosaico razza strardeRoma cambierà il nome di due strade intitolate a firmatari del Manifesto della Razza. La Sindaca ha quindi dato seguito all’annuncio del gennaio scorso. Un segnale antirazzista e antifascista – che di questi tempi non è per niente scontato – e anche una “riparazione” allo scivolone della maggioranza pentastellata su “Via Almirante”. Ma mantenere viva la memoria antifascista e antirazzista è un impegno che dobbiamo assumere tutti noi cittadini. E per combattere il razzismo non basta cambiare il nome alle strade, è necessario promuovere politiche per il dialogo e l’inclusione [in calce il dossier scaricabile Il Manifesto degli scienziati razzisti (1938) a cura del Servizio Studi, Documentazione e Biblioteca del Quirinale]

Continua a leggere

Robert Kennedy: il PIL misura tutto, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta.

Discorso sul PIL di Robert Kennedy del 18 Marzo 1968

Il 18 Marzo del 1968 Robert Kennedy pronunciava, presso l’università del Kansas, un discorso nel quale evidenziava, tra l’altro, l’inadeguatezza del PIL come indicatore del benessere delle nazioni economicamente sviluppate.

Tre mesi dopo veniva ucciso durante la sua campagna elettorale che lo avrebbe probabilmente portato a divenire Presidente degli Stati Uniti d’America.

Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni.

Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow-Jpnes, nè i successi del paese sulla base del Prodotto Interno Lordo.

Il PIL comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana.

Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari.

Continua a leggere

da leggere e ascoltare: Emma Gonzalez contro le armi

Screenshot via Youtube.

(da lunanuvola.worpress.com) Se il Presidente vuol venire da me – ha detto Emma – e dirmi in faccia che è stata una terribile tragedia e che non dovrebbe mai più accadere, nel mentre continua a sostenere che nulla può essere fatto al proposito, io gli chiederò chiaramente quanto ha ricevuto dalla NRA.” Naturalmente Emma la cifra la conosce e divisa per le vittime di stragi del solo 2018 fa 5.800 dollari a persona: “Questo è quanto valgono le persone per lei, Trump? A ogni politico che prende soldi dalla NRA io dico VERGOGNATEVI!” (La folla ha ripreso più volte il suo grido.)

Continua a leggere

Gli uomini deboli hanno bisogno di leader forti

thevision.com

dal sito Thevision 24 luglio 2018

Arrivati alla gara di bottoni nucleari, anche i più ottimisti hanno dovuto ammettere che abbiamo un problema. Come hanno scritto Michele Masneri e Andrea Minuz sul Foglio, il populismo è maschio – e non dei più evoluti. Siamo arrivati a una gigantesca resa dei conti tra generi, l’ultimo disperato e  sconfortante tentativo di salvare il soffitto di vetro che ci proteggeva dall’assalto delle donne. Lo stiamo sostituendo con mattoni di una virilità stereotipata ed esibita fino al ridicolo: ruspe, missili nucleari, soldati ai confini. Lo stesso arsenale di parole dei leader populisti è preso pari pari dalla cesta dei giochi per bambini degli anni Settanta, rigorosamente divisi tra quelli per maschi e quelli per femmine. Facciamo scontrare i nostri giocattoli l’uno contro l’altro, perché il conflitto è ciò che ci caratterizza in quanto veri uomini. Solo che questa volta non c’è un genitore a dividerci.

L’Italia fascista è stata il modello di un potere che ha provato a ricacciare le donne dentro casa, dopo che queste avevano retto il Paese lavorando negli uffici e nelle fabbriche durante la Prima guerra mondiale, mentre i mariti erano al fronte. Da quel tunnel non siamo mai completamente usciti e in certi momenti, come quello attuale, sembra che tutto lo sforzo fatto per allontanarci da quegli anni stia per essere cancellato. Mussolini a torso nudo che falcia il grano, il regime che nega l’omosessualità perché “in Italia sono tutti maschi”, il culto del corpo maschile e la riduzione della donna ad angelo del focolare. Sono stati tutti strumenti del modello ideologico al testosterone di un regime che ha provato, e in parte è riuscito, a frenare l’emancipazione femminile che tanto spaventava i reduci, tornati in un Paese che spesso dava segno di non avere più bisogno di loro. Quando Steve Bannon dice di essere“affascinato” da Mussolini non ne decanta l’astuzia politica, o la capacità retorica e propagandistica. Altri sono i suoi meriti, secondo l’ideologo rinnegato da Trump: “Mussolini era chiaramente amato dalle donne, era apprezzato dagli uomini. Era così virile. Aveva persino un buon gusto nel vestire, basta pensare a quelle uniformi.”

Continua a leggere

Stanno testando il fascismo e non ce ne rendiamo conto

Per capire cosa sta succedendo nel mondo in questo momento, dobbiamo riflettere su due cose. Una è che siamo in una fase di test. L’altra è che ciò che viene testato è il fascismo – una parola che dovrebbe essere usata con attenzione, ma dalla quale non bisogna sfuggire quando è così chiaramente all’orizzonte. Dimenticate il “post-fascismo” – quello che stiamo vivendo è il proto-fascismo.

di Fintan O’Toole* – The Irish Times 26 giugno 2018

È facile liquidare Donald Trump come un ignorante, non da ultimo perché lo è. Ma di una cosa ha una comprensione acuta: i test di marketing. Si è creato nelle pagine dei pettegolezzi dei tabloid di New York, dove la celebrità viene prodotta con storie oltraggiose che in seguito puoi confermare o negare, a seconda di come reagisce la gente. E si è ricreato nella realtà TV, in cui le trame possono essere regolate in base alle valutazioni. Dì qualcosa sui media, nega di averlo detto, aggiustalo, ripeti.

Il fascismo non risorge improvvisamente, in una democrazia. Non è facile convincere la gente a rinunciare alle proprie idee di libertà e civiltà. Bisogna fare delle prove che, se ben fatte, servono a due scopi. Fanno abituare la gente a qualcosa da cui potrebbe inizialmente rifuggire; e permettono di perfezionare e calibrare. Questo è ciò che sta accadendo ora e saremmo dei pazzi a non volerlo vedere.
Uno degli strumenti fondamentali del fascismo sono i brogli elettorali – li abbiamo visti all’opera nelle elezioni di Trump, nel referendum sulla Brexit e (con meno successo) nelle elezioni presidenziali francesi. Un altro è la costruzione di identità tribali, la divisione della società in polarità reciprocamente esclusive.

Il fascismo non ha bisogno di una maggioranza – di solito arriva al potere con circa il 40% di supporto e poi usa il controllo e l’intimidazione per consolidare quel potere. Quindi non importa se la maggior parte della gente ti odia, a patto che il 40% ti supporti in modo fanatico. Anche questo è già stato sperimentato.

Continua a leggere