Perchè

mano sinistraFino a non molto tempo fa, la parola “sinistra” evocava nel “popolo della sinistra” orgoglio, speranza, memoria.

“Sinistra” era la strada per un mondo migliore che sarebbe venuto di sicuro.

“Sinistra” era la certezza di stare dalla parte giusta. E che gli errori fossero sempre in buona fede.

“Sinistra” era non sentirsi mai dei perdenti. Anche quando non si vincevano battaglie giuste, quando si dovevano subire prepotenze, quando le sconfitte erano silenziose e solitarie.

Perché “sinistra” era non sentirsi mai soli. Era la sensazione di appartenere a una moltitudine di persone che non si conoscevano, ma che camminavano insieme, ognuno nel suo pezzo di mondo. E nel suo pezzo di storia.

Oggi “sinistra” è diventata una parola banale, come se il tempo ne avesse sbiadito il significato. Troppo generica, troppo debole, troppo obsoleta. Difficile da spiegare, difficile da utilizzare. Inadeguata come chi parla di lavoro e di operai nel mondo globale delle merci e del consumo. Sorpassata come i mattoncini del Lego di fronte ai videogiochi 3D.

E insieme al senso si è smarrito il popolo della sinistra: i soldati di leva hanno disertato in massa, sono rimasti solo i professionisti.

La gente “normale” ha perso fiducia: nella possibilità di un cambiamento che non sia scorciatoia individuale, nella riscossa collettiva. Anche quelli che si dicono ancora di sinistra, si riferiscono più a un pezzo della propria identità che alla possibilità di un impegno. Un senso di appartenenza rimasto appiccicato da passate militanze o un’abitudine consolidata come il tifo per la squadra del cuore, sfociano nella una croce su una scheda elettorale. Per tanti, l’ultimo gesto di sinistra, sempre meno convinto.

E poi c’è la moltitudine delle persone di destra e di sinistra che sostengono che non c’è più differenza tra destra e sinistra. Ed effettivamente è sempre più difficile fare distinzioni: troppo spesso i comportamenti, lo stile della comunicazione, persino i programmi  sono uguali, tanto nella retorica da propinare agli elettori, quanto nella pratica della realpolitik e del tornaconto personale esercitata “fuori scena”.

E gli elettori non sono poi molto diversi dai loro candidati: la tentazione del privilegio è trasversale come l’affermazione familistico-tribale, i valori che facevano la differenza sono ormai materia rimaneggiata  per  film di Walt Disney.

Ma esiste ancora un modo di “sinistra” di dare forma al mondo? Esistono ancora delle idee e dei valori in grado di guidare un progetto diverso  dall’ eterno presente, disperato e “spensierato”,  in cui stiamo sprofondando? E soprattutto, esiste ancora qualche possibilità che i cosiddetti “partiti di sinistra” facciano “qualcosa di sinistra”?

E poi, in che cosa la “gente di sinistra” è diversa dalla “gente di destra”? Come avviene e come “funziona”la “scelta di campo”?

Questo non è uno spazio per ragionare sul “bel tempo andato” ma dove inventare strategie sul  futuro che dobbiamo costruire e  difendere.

Intellettuali di sinistra che esercitano prevalentemente nelle presentazioni di libri (propri e altrui), che non hanno mai tempo – nel WE vanno in campagna -,  che sono disgustati dalla politica, che non si “mescolano”, che criticano, capiscono e   si “adeguano”, astenersi.

Questo è uno spazio per gente che intende dare battaglia. Gente che sia pronta ad affrontare  – come in tutte le battaglie che si rispettano –   tutto il carico di sudore, merda e sangue.

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