Ricordo di Alberto Missaglia

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albertomissagliaALBERTO MISSAGLIA, mio nonno

BIOGRAFIA

Alberto Missaglia nasce a Torino il  10 settembre 1908.

Suo padre, Paolo, viene da Milano  e ha un laboratorio di zincografia in Via Brindisi. Sua madre, Alessandra Salomone, in gioventù ha fatto la modista, ma si è sposata giovanissima e ha avuto il primo (e unico)  figlio a 17 anni.

Alberto frequenta la scuola fino al primo anno di istituto professionale, poi lascia gli studi e comincia a lavorare insieme al padre, specializzandosi in fotolitografia. La piccola azienda “Paolo Missaglia  industria d’incisioni fotomeccaniche” lavora soprattutto per la casa editrice SEI realizzando le illustrazioni delle collane di libri per bambini. Alberto è anche appassionato di fotografia e  sperimenta le prime pellicole a colori.

Nel 1931 sposa Emilia Riposio, una giovane operaia stiratrice in una fabbrica di camicie. L’anno dopo nasce la primogenita Enrica e, nel 1938, Mariuccia.

Alberto è antifascista come buona parte della famiglia: il padre Paolo milita nel gruppo socialista che si riunisce in via Cibrario nella portineria della signora Gina; molti parenti della madre e della moglie sono emigrati a Parigi  a causa delle persecuzioni fasciste:  dalla parte della madre, la  zia Domenica Salomone con il marito Michele Ala, dalla parte della moglie  i fratelli Camillo e — Riposio di Casale Monferrato.  Un altro fratello, Sergio Riposio detto Berto (nome di battaglia “Mottino”), è iscritto come Alberto al Partito Comunista: insieme  svolgono attività clandestina stampando documenti e clichè di giornali tra cui L’Unità.

Utilizzando la sua abilità di fotolitografo Alberto  e il padre realizzano anche documenti falsi che Maria Bronzo, amica di famiglia, fa avere a coloro che hanno bisogno di identità di copertura. Come il  gruppo di giovani militari di leva che ha deciso di passare alla Resistenza, che viene  scoperto e arrestato.   Alberto viene prelevato dai repubblichini comandati  dal maggiore  De Biasi  il 20 agosto del 1944.

Nella litografia trovano documenti del Comitato di Liberazione Nazionale.  Alberto viene  condotto alla caserma detta “La profilattica” di  Venaria Reale, dove resta per quindici giorni,  poi viene trasferito alle carceri Nuove da dove viene spesso portato all’albergo Nazionale per gli interrogatori. Ma nonostante la tortura prende ogni colpa su di sé scagionando il padre.

La moglie rientra a Torino da Chivasso, dove era sfollata con le figlie, e riesce ad essere ricevuta dal De Biase, che mostra orgoglioso a lei e alla piccola Enrica che l’accompagna  una vetrinetta dove conserva i “trofei” (vari effetti personali) requisiti ai partigiani passati sotto le sue grinfie.  Il colloquio non sortisce nessun risultato.

Rina e Mario Torchio, parenti di Emilia che gestiscono la portineria di un palazzo di via Roma a pochi metri dal Nazionale, si rivolgono a Mina,  un’inquilina che,  come prostituta d’alto bordo, ha molte conoscenze tra gli ufficiali nazisti. Non si sa se grazie al suo aiuto, Alberto non viene fucilato al Martinetto come gli altri arrestati, ma  destinato ai campi  in Germania.

Quello che è certo è che la donna aiuta  la famiglia a fare avere al detenuto un pacco con  effetti  personali e cibo,  e riesce anche ad avvertirla  del giorno e dell’ora del suo trasferimento. Il piccolo Nino Torchio, tempo dopo, vedrà  Emilia aspettare Mina sotto casa con un grande mazzo di fiori e poi le due donne abbracciarsi.

Il 17 settembre 1944, di  mattina presto,  Emilia e la piccola Enrica guardano Alberto salire sul camion insieme ad altri  centocinquanta prigionieri. Anche lui le vede e riesce a salutarle da lontano.

Trasportato a Bolzano, riesce a mandare una lettera ai propri famigliari prima di salire sul  treno che l’avrebbe deportato  a Dachau.

Morirà il 15 aprile 1945, di malattia.

Tocca al cognato Berto dare la notizia ai genitori e alla moglie: una testimonianza di quei momenti dolorosi è rimasta nelle memorie che ha scritto ormai anziano, dopo  una vita di lavoro in fonderia e di militanza attiva nel Partito Comunista Italiano.

Dopo la Liberazione, Alberto Missaglia viene ricordato insieme ad altri partigiani durante una cerimonia celebrata nella chiesa di Maria Ausiliatrice. Il discorso di commemorazione  è affidato all’attore radiofonico Furio Caccia, anche lui parente di una vittima del nazifascismo. Per l’occasione, la chiesa è  piena  di bandiere rosse.

Lettera inviata da Alberto Missaglia il 20 dicembre 1938 agli zii  materni Rita Salomone in Ala e  Michele Ala, emigrati in Francia in seguito alle persecuzioni fasciste.

Carissimi zii,
finalmente vi scrivo e scusate se è un po’ tardi; ma siete già abituati a ricevere così di rado da questo vostro nipote, che sempre vi ricorda e non vi dimentica.
Però questa volta avete ricevuto delle novità, non è vero? E’ aumentata la famiglia e che aumento! [E’ appena nata la seconda  figlia Mariuccia] Una bambina, cara zia, che dà da fare a tutti! Però in compenso assomiglia al suo papà e non è poco.
Dunque devo farvi prima di tutto  tanti auguri, da parte nostra (Famiglia Missaglia N.2), dei miei genitori, dalla nonna, zii e zie e di Buone Feste Natalizie e di buon principio d’anno. Spero che questa mia vi troverà in buona salute e che arriverà ancora il giorno che trascorreremo un po’ di tempo insieme in buona compagnia e allegria: credi, caro zio Michele, che qui quando si parla di Parigi, non c’è nessuno che mi sta alla pari: e questo grazie  alla tua grande cortesia e pazienza  nel farmi girare di qua e di là in quella indimenticabile settimana, trascorsa così presto.
Chissà che un giorno o l’altro caro zio,  ritorni tu qui tra noi e allora sarà la volta di contraccambiare.
Qui tutto come al solito: si lavora sempre e questa è già una bella cosa che il lavoro non manca, come pure spero per voi che vi troviate bene.
Ricevete tanti baci dal vostro aff.mo  nipote Bertino
lettera-alberto-missaglia-1
 

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