(da Il Manifesto 11 maggio 2018)

Il sociologo De Masi intervistato da Il manifesto parla della base sociale dell’elettorato M5S, che dalle analisi risulta per il 45% di sinistra ( 25 % di destra, il 30 % fluttuante). MI chiedo se questa percentuale abbia la stessa corrispondenza anche tra attivisti ed eletti. E personalmente spero che siano tanti gli attivisti e gli eletti che non accetterranno l’alleanza con il razzista e estremista Salvini (e con un partito La lega, che dopo gli esordi ha sempre retto il gioco – e il sacco – a Berlusconi). Se invece si adegueranno agli accordi dei vertici (non mi risulta che siano in corso consultazioni della base M5S), non sarà il giorno più nero della sinistra, ma di tutta l’Italia.

 

De Masi: «È il giorno più nero per la sinistra. Dal ’46 Italia mai così a destra»

La Lega si mangerà i 5 stelle. Serve un’opposizione militante, Pd ed ex la smettano di litigare. I soldi per le promesse non ci sono. Faranno scelte simboliche a costo zero: liberalizzazione delle armi, stretta su immigrati e richiedenti asilo. Cambieranno la nostra antropologia»
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La sinistra non esiste in natura

di Aldo Pirone

(7 aprile 2018)

Ormai è diventato un mantra recitato in tutte le salse: bisogna tornare fra il popolo, nelle periferie urbane e sociali, fra i sofferenti, i poveri, gli sfruttati. A parte Renzi e i renziani che continuano la loro “circolazione extracorporea” nel PD tenendolo, però, in stand by, a sinistra tutti ripetono le stesse intenzioni. Compresi quelli di LeU che pensavano che bastasse scindersi dal PD e trovare un leader istituzionale rispettabile come Grasso perché si aprissero verdi praterie elettorali a sinistra. Il fatto è che il solco fra la base sociale e i suoi rappresentanti a sinistra si era aperto da tempo. Si è trattato di un lungo addio, svoltosi in vari modi e con diverse tappe che hanno investito i diversi gradi, per dirla con Gramsci, delle sovrastrutture culturali, ideali e, alla fine, politiche della sinistra. Nel frattempo la stessa base sociale subiva i cambiamenti indotti dalla rivoluzione conservatrice neoliberista, con il lavoro che diveniva sempre più precario, spezzettato, atomizzato e diritti sempre più aleatori, senza trovare risposta alle esigenze di protezione da un capitalismo tornato selvaggio nelle sue conseguenze sociali. Tutto ciò mentre a calcare la scena socioeconomica erano nuove generazioni che non portavano con sé le memorie delle lotte collettive e solidaristiche, sindacali e politiche, degli anziani protagonisti del “trentennio glorioso”. Protagonisti dentro un blocco sociale e politico di tipo fordista che la rivoluzione tecnologica, con la scomparsa della grande fabbrica operaia, aveva avviato al pensionamento in gran parte anticipato.
Adesso tutti, o quasi, dirigenti politici, giornalisti, intellettuali di vario genere, a dire che la sinistra storica i cambiamenti non li ha saputi vedere, comprendere, interpretare. Sebbene proprio l’innovazione e il cambiamento siano stati le sue bandiere. Strani innovatori questi leader della sinistra post comunista, da Veltroni a D’Alema, da Bersani a Fassino. Di quest’ultimo si ricorda ancora il suo grido accorato al Congresso DS del 2001-2002 dove, purtroppo, divenne segretario: “O si cambia o si muore”. E, infatti, ma non solo per demerito suo, ci si è ritrovati stecchiti. Oppure il Renzi che, ultimo della specie degli innovatori, imitando il calcio dell’asino, ironizzava sui sindacati che non trovavano dove inserire il gettone nei moderni smartphone. E tantissimi fra i critici di oggi a battergli le mani, visto che lo statista di Rignano le sue le metteva in faccia alla Camusso e alla Cgil.

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