Ritardi, ritardatari e ritardati

Muro di Berlino (foto AMBM)

di Aldo Pirone

(13 aprile 2018)

Ieri l’altro il Tribunale del lavoro di Torino ha respinto le richieste dei rider, i ragazzi che consegnano in bicicletta a domicilio, per conto della multinazionale tedesca Foodora, il cibo già pronto. I sei ragazzi che si erano rivolti al tribunale chiedevano di essere riconosciuti come lavoratori dipendenti. I difensori avevano detto ai giudici che i rider erano “pagati la metà di un voucher, senza le minime tutele di sicurezza sul lavoro, controllati nei loro spostamenti i Gps del cellulare, discriminati se protestavano”. Infatti, chi aveva cercato di organizzare una qualche protesta non era stato più ammesso alle consegne. In pratica licenziato. Valerio Giordano era un rider, intervistato da “la Repubblica” racconta: “Io avevo già lavorato facendo consegne in bicicletta come pony express, pensavo che fosse qualcosa di analogo. Invece ho scoperto tutto un altro mondo. Per cominciare, non ho mai fatto una visita medica nonostante l’attività fisica fosse al centro del lavoro. E poi la gestione era totalmente diversa: non vedi i colleghi, non vedi i responsabili, non parli nemmeno con loro, ma comunichi solo tramite l’app”. Una sorta di caporalato digitale dentro un medioevo moderno. Perché il ricorso al Trbunale? Valerio spiega: “Era l’autunno del 2016, il periodo più caldo, quando si è passati da una paga di cinque euro l’ora a una retribuzione a cottimo che ci veniva proposta a 2,70 a ordine. Abbiamo cominciato a conoscerci, anzitutto, visto che molti di noi non si erano mai incontrati. Poi, dal basso, piano piano, il malumore si è trasformato in qualcosa di più strutturato. Da allora abbiamo cominciato a fare assemblee, volantinaggi. Siamo anche riusciti a strappare 3 euro e 60 a consegna”. E tutto ciò senza l’intervento del sindacato e con l’indifferenza del PD renziano il cui governo l’anno scorso bocciò un emendamento di Giorgio Airaudo e della sinistra (SI e Mdp) al jobs act dei lavoratori autonomi, votato anche dal M5s, volto alla tutela minima di questa tipologia di lavoro.

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1 maggio con le parole di Eddy

Muro di Berlino (foto ambm)

Il lavoro oggi, 1° maggio 2017 di Edoardo Salzano   (da Eddyburg)

Molte volte su questo sito,  abbiamo ricordato  la festa del lavoro con lo sguardo volto al passato. Oggi non ce la sentiamo più.

Nel ricordare il 1° maggio nel 2017 ci sentiamo fortemente spiazzati, e non riusciamo a sentire questa data come una festa che ricorda momenti drammatici ma forieri di lotte, di riscatto e di progresso. Basta guardarci intorno per comprende quanto il mondo è cambiato, e in peggio, proprio sul tema fondativo dell’umanità che è il lavoro.

Per noi, che abbiamo letto e meditato su testi di autori lontani nel tempo (ma vicini alla verità) il lavoro è un valore, una dimensione essenziale dell’uomo, maschio o femmina che sia. È lo strumento che consente all’uomo, collaborante con i sui simili vicini o lontani nel tempo e nello spazio, di conoscere l’universo (quello della materialità come quello dello spirito e dei sentimenti) e a governarlo.

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